Siamo in vista della Canea. La piccola città biancheggiante ci appare lontana oltre le sette corazzate che le stanno a guardia.
Distesa in un grande arco di spiaggia e sui colli circostanti, soverchiata da alte montagne, velate in parte dalla nebbia del mattino, ci arride, nel primo sole, con la grazia dei suoi minareti a guglia che escono dal folto e si appuntano al cielo, esilissimi, a simiglianza di singolari lance. E tutto un biancore l’avvolge, la pervade nella indicibile soavità di un cielo tersissimo; e in alto, il mattino distende i suoi veli orientali di ambre e d’oro.
Non si ode che lo scrosciare delle acque sotto l’impeto della prora. Navighiamo fra i monti di Akrotiri e il capo Spada, in uno specchio di mare di un colore blu metallico, limpido come una gemma e molle come occhi umidi nel piantoriso.
La catena dell’aspra Vuna spegne l’asprezza de’ suoi contorni in soffuse opacità violacee e ha il colore della perla nelle vette più ardue e riluce in parte nell’oro pallido del sole mattutino. Magnifico velario contro i cieli.
Le ampie valli sono solchi di penombre lucenti; discendono dall’alto fino alla profondità più cupa: prima esili rivi fra dirupo e dirupo, poi torrenti e fiumi e ampiezze luminose; accompagnano la montagna, ne assecondano i fianchi, ne segnano le ferite millenarie, le voragini e gli abissi. E, viste dal mare, da questa lontananza fascinatrice, non sono più di una lucente penombra, di una vita di nebbie, le quali salgono e vi si diffondono e si tramutano di colore in colore, finchè il sole non le dissolva.
I dorsi, le creste, le asperità dei dirupi gettano una grande ombra obliqua, acquistano un rilievo maggiore ma addolcito nella carezza dell’ora. Sembra quasi che la scena portentosa debba scomparire col morir del mattino, tanto appare lieve sui cieli e indefinita. Quattro ricchi cretesi sono con me sul ponte e guardano senza nulla dire, chiuso il volto in un atteggiamento di fierezza sdegnosa. Quando sono salito, essi erano già fermi agli appoggiatoi, scrutanti le nebbie color d’asfodelo; poi l’isola è apparsa; sono apparse prima le montagne dell’aspra Vuna, non più chiare di una remotissima nube estiva fra cielo e mare, sospese nell’aria come un favoloso continente irraggiungibile; poi i contorni si sono precisati fin verso il mare e si sono delineate le coste e i monti di Akrotiri e quelli di Psakon, e più lontano, verso il sol levante, il gruppo dei Psiloriti. I quattro isolani non hanno parlato, nè si sono guardati; forse sapevano di pensare la stessa cosa, e la parola era inutile a esprimere un sentimento comune. Seguivano il sorgere della loro isola dalle profondità marine, quieti e taciturni, in null’altro compresi se non nella ferma gagliardia di una volontà improntata alla saldezza delle grandi montagne che si vestono di nevi e di silenzio.
Io sento, in questo prodigioso levarsi di una terra e del sole dai concavi orizzonti marini, sento la vaga trepidazione che coglie l’anima protesa verso gl’improvvisi incantesimi della bellezza divina; e tanto più si avviva in me tale trepidazione, quanto più chiare salgono le voci della leggenda e della storia, evocanti miti nebulosi e scorci possenti di vita. È la culla di una fra le più remote civiltà mediterranee che sta dinnanzi a noi, ogni palmo di questa terra è sacro alla storia del nostro pensiero. Dall’antica Keftò degli egiziani partì la prima luce che accese la grande anima ellenica, di qui ebbe principio il nostro cammino ascensionale.
Quante volte non abbiamo veduto nella spettrale grandiosità di un sogno i favoleggiati palazzi regali elevantisi verso il sole in un impeto titanico? Ne parlavano le fiabe, le quali sono le esili e disformi voci della storia che muore nel silenzio dei tempi; ebbene, forse da quest’isola ne partì la prima voce allorchè si sparse la fama del palazzo minoico nel quale il re sacerdote imperava. Era immenso come una città; cinto da altari e da terrazze, ricco di giardini e di ville, intricato come un laberinto, ampio e solenne come una montagna.
Mille aspetti tumultuano nella mente mia. Non uno fra noi pronuncia parola; siamo tutti volti verso la grandiosità nuova che ci accoglie.
Passiamo fra le grigie corazzate; qualche bandiera si inalbera a saluto; procediamo più adagio verso il minuscolo porto. Già si distinguono le grandi mura veneziane.