— No.

— E non hai intenzione di ricominciare?

— No, basta! Le donne non valgono neppure la cima di un’unghia.

Confessione preziosa per chi, come Kanna, ha consumato sè stesso per amor delle donne.

Il canto dei muezzin.

Allah Acbar. Echhed en la ila ella Allah. Echhed en Mahammed Raçu Allah. Hai ala Elsalat. Haë ala Elfalah. Allah Acbar. La ila ella Allah.[6]

Queste le parole che i muezzin, in tutti i paesi mussulmani, cantano dall’alto dei minareti cinque volte al giorno e cioè: all’aurora, a mezzogiorno, alle tre pomeridiane, al tramonto e due ore dopo.

Da secoli sono le stesse parole, la consuetudine è immutata, e cioè dal giorno in cui Abdallah, figlio di Zaid ebbe una pretesa rivelazione. Si era al primo anno dell’Egira (632 d. C.); Maometto, che si trovava allora a Medina, era incerto sul modo che avrebbe adottato per chiamare il popolo alla preghiera. Le trombe delle quali si servivano gli ebrei e la tempella che usavano i cristiani non lo soddisfacevano. Preferì la voce dell’uomo. Non gli mancava se non la formula che avrebbe adottata. Era incerto allorchè Abdallah gli propose la formula che disse essergli stata rivelata.

Maometto l’accettò e comandò a Belal, che era il suo banditore, di pronunziare ad alta voce tali parole nelle ore già fissate alla preghiera. E dal primo anno dell’Egira e cioè dal 632 dopo Cristo o, se più vi piace, seguendo lo storico arabo Abul-Feda, dal 6217 dalla caduta di Adamo, in tutti i paesi della terra nei quali si adora Allah, si cantano le parole di Abdallah, figlio di Zaid.