Mai! Un sorriso, un freddo acconsentimento, una parola glaciale furono le risposte e molto più spesso l’indifferenza.

Mi dicono che gli sfakioti, che gli abitanti dell’interno, siano differenti, e lo credo perchè conosco i loro eroismi. Qui, a Canea, il cinismo è legge.

L’esodo degli alberi.

Da Santi Quaranta in poi, e cioè dalle coste montuose dell’Albania fino a quest’isola controversa, inutilmente fertile, nella quale più abbondano i guerrieri che non gli agricoltori, l’aridità continua ininterrotta. Non una selva, mai. Le coste dei monti e le ampie vallate si succedono rocciose, squallide, deserte. Ardono sotto il sole, non conoscono freschezza di fonti, mormorii di polle o di ruscelli, gioiosi impeti di fiumi sonori. Non un’ombra, non un riposo; sembra che la maledizione del deserto abbia inaridito ogni sorgente di vita, che la terra nel suo interminato squallore non possa alimentar seme, che tutto ciò sia condannato ad una morte lenta ed inevitabile.

Santi Quaranta è una rovina cinta tuttavia dalle antiche mura veneziane. Ai lati della strada carrozzabile che giunge da Jànina sorgono quindici o sedici case fetidissime, innominabilmente sporche, nelle quali si accumulano uomini, mosche, e generi alimentari. Tra queste case è un albergo, o meglio un han, come lo chiamano i turchi. Tale han, per definirlo con precisione concisa, è uno stallatico per uomini e cavalli. Ai cavalli è riservato il pianterreno, agli uomini il piano superiore; ma l’atmosfera è sempre la stessa. V’è in ciò una fraterna tolleranza encomiabile. La sala da pranzo, che è nello stesso tempo cucina ed osteria, occupa un angolo angusto ed è come la dipendenza della stalla. Oltre a ciò l’albergo non presenta cosa osservabile se ne togli i tipi diversi e turchi e greci e albanesi; questi ultimi specialmente, notabilissimi per i baffi che sembrano spade, per la fustanella, per le grandi scarpe rosse a forma di gondola. Su la soglia dell’han si adunano le diligenze che provengono dall’interno; vecchie carcasse sospese su ruote enormi, dondolanti come cune, arabescate d’oro e d’argento, cigolanti, pericolanti sotto il grave peso dei secoli. Poi muli, asini e cavalli ovunque ci si rivolga: al sole e all’ombra; uomini armati, casette dischiuse, donne coperte e scoperte, e il grande velo livellatore del sudiciume.

Tutto ciò si aduna in breve spazio; in quattro palmi di terra, fra ruderi e ortiche. Gli alberi sono rappresentati da qualche cipresso ombreggiante una piccolissima chiesa greca, e gettano un’ombra funebre su la terra deserta. Da questo punto fino all’isola dei rapsodi non ho incontrato una selva. L’Epiro e l’Attica non sono che un seguito di montagne brulle, aride che solo la bellezza del cielo e del mare riveste di splendore. Al canale di Corinto, prima di entrare nella stretta fornace per la quale il piroscafo si attarda, rimorchiato a rilento, ricordo una pianura ondulata, che chiudeva intorno tutto il giro dell’orizzonte. Il sole meridiano vi ardeva incontrastato. Impeti di vento caldissimo, vere ondate di fiamma giungevano fin sul mare a mozzarci il respiro; a intorpidirci i sensi. E sotto tale canicola, per un sentiero appena tracciato fra i cardi secchi, i roveti e i crepacci della terra riarsa, alcuni contadini, in fustanella bianca, se ne venivano lentamente l’un dietro l’altro appoggiandosi a piccoli bastoni, la testa bassa, ricurvi come sotto pesi enormi. Quando giunsero alla chiatta che doveva trasportarli all’altra riva si abbandonarono disfatti, senza dir parola, congestionati in viso, la bocca socchiusa, gli occhi torbidi ed atoni. Nessuno li compianse. Essi stessi si erano preparati e venivano preparandosi tuttavia tale supplizio col distruggere metodicamente e gli alberi e gli arbusti e ogni vita vegetale che non apparisse più direttamente utile alla loro supina cecità. Essi avevano incendiato le selve e le macchie per dar pascolo ai loro montoni; neppure un arbusto si era salvato da tale furia devastatrice e la terra, che avevano voluto deserta, li ripagava giustamente.


A Creta, come nell’Attica, la poesia degli alberi è morta. Internandomi nell’isola ho potuto vedere di notte, su le coste dei monti, vasti fuochi accesi dai montanari a sopprimere la vegetazione che tenta riprendere il proprio dominio. Non si concede tregua. Non so se vi siano leggi che vietino tale insensato vandalismo, ma se anche vi fossero chi potrebbe metterle in pratica? I pastori si ribellerebbero, ed ogni pastore ha il suo fucile al quale affida le proprie ragioni. Essi non sanno forse che procacciano il loro danno, ma se anche lo sapessero muterebbero forse? Ne dubito molto. La pastorizia è press’a poco un vagabondaggio quotidiano, un dolce far niente senza interruzione, e ciò conviene alla scarsissima attività di queste genti. Procedendo dal piano verso il monte ci si convince sempre più di tale verità fondamentale. La terra fertilissima che può dare fino a tre raccolti all’anno, rende per proprio conto. L’uomo se ne cura appena appena quel tanto che può essere necessario. Gli olivi secolari crescono enormi senza traccia di potatura, e così le viti. Veri e propri campi coltivati non ne esistono. Di tanto in tanto, senza regola e senza legge, qualche appezzamento di terreno è stato grattato da un aratro primordiale simile a quello che usano gli arabi e che usavano gli egiziani; un poco di sementa vi è stata sparsa, poi la terra si è incaricata del resto. Le erbe parassite possono crescere a loro agio fra i seminati, che nessuno si cura di estirparle. A tempo giusto si ritorna a raccogliere ciò che la dovizia di questa natura regala largamente, e non ci si occupa d’altro. Dormire, oziare, cantare, combattere, ecco ciò che desidera questo popolo. Forse l’influenza del clima dolcissimo e snervante lo spinge all’inerzia. Così si dice. Siamo alle soglie dell’Oriente.

Verso l’interno.

Abbandonata Canea alle nostre spalle, dopo breve cammino, perdiamo ogni traccia di strada propriamente detta. Le strade carrozzabili in tutta l’isola si riducono a ben poca cosa; a qualche decina di chilometri e non più. Bisogna viaggiare a cavallo per vie mulattiere, che sono a volte assolutamente impraticabili.