Procediamo fra ulivi centenari dal tronco bipartito e tripartito; ritorti, sconvolti, mostruosamente vivi. Larghi cespi di mirto fiancheggiano il sentiero. Ogni rudero, ogni piccola casa è ricoperta da gelsomini in fiore. Cominciano le tracce delle antiche lotte senza tregua. Enormi ulivi segati alla base, chiese sventrate, case delle quali non restano in piedi se non le quattro mura. Attraversiamo cumuli di mattoni e di calcinacci che nessuno si cura di rimuovere: erano case turche; passiamo vicino ad abitacoli malamente restaurati: sono case cristiane. Nei piccoli villaggi le tracce della lotta si fanno ancora più vive. Intiere strade non sono ridotte che ad una maceria; pare sia passata una furia distruggitrice a scuotere tutta questa miseria fin dalle sue fondamenta. Già parecchi anni sono trascorsi dalle ultime convulsioni rivoluzionarie, e sembra che le rovine datino dal giorno innanzi. La gente si è assuefatta a tale spettacolo: non lo osserva, oppure, se lo osserva, se ne compiace. Sarebbe pronta a ricominciare: nulla è mutato nell’animo suo, nè l’ardimento selvaggio, nè l’odio senza riposo. Di ciò ci si convince abbandonando la città nella quale e interessi e influenze e scetticismi hanno mutato molte cose. Ciò che è possibile nell’isola di Creta non è possibile che per il popolo delle campagne, saldo ne’ suoi vizi e nelle sue virtù.
Il rapsodo.
Siamo in una piccola stanza disadorna, ma tutta bianca di calce e odorata di fiori. Dalle finestrelle senza parapetto si intravede, nella luce crepuscolare, una fila di cortilucci nei quali scivolano ombre di donne dalle lunghe trecce. Non un canto; qualche voce sommessa, qualche uggiolare di cani randagi e lo stridore delle cicale. In fondo è il mare. Si ode lo scarpicciare delle gente che passa. Una soave tranquillità di sonno si distende sul bianco nido degli uomini. Le donne si affaccendano al pianterreno per prepararci l’immancabile pasto destinato agli ospiti; frattanto, per la ventesima volta forse, ci offrono la mastika, che è una specie di acquavite dal gusto assai discutibile. Durante il viaggio, che continua da dodici ore, ci avranno costretti a mangiare non meno di dodici volte, e dico costretti perchè la cortesia dei cretesi è permalosa e guai a rifiutarsi. Conviene assaggiare mille cose e prendersi un’allegra indigestione per onorare l’ospitalità. Ad ogni sosta era capretto bollito e capretto arrostito che veniva in tavola, poi ulive secche, formaggi, uova, latte, cocomeri, cetrioli e mille altre diavolerie da rimpinzare un eroe omerico. Trascorso mezzogiorno abbiamo cercato di evitare i villaggi, ma la sorte non ci ha favorito. Ci spiavano da lontano; ci attendevano all’agguato e quando, dopo averci offerta una bibita al caffè del paese, si assentavano pregandoci di attendere, ci si guardava negli occhi allibendo: il supplizio ricominciava, conveniva mangiare di nuovo.
Ora preferiremmo rimanercene quieti nel nostro riposo un po’ torpido, ma non lo possiamo. Le donne, che non siedono mai alla tavola comune, sogguardano in disparte: le mani intrecciate e il volto sorridente. La notte è discesa, giungono gli amici dell’ospite a stringerci la mano, la stanza si riempie di giganti dalle lunghe barbe. Li osservo; paiono tanti corsari saraceni, e dei corsari indossano tuttavia il caratteristico costume: le larghe brache, gli stivali, un panciotto e un corsaletto ricamati. Sui capelli foltissimi portano qualche volta una specie di berretto frigio, ma più sovente un fazzoletto nero annodato intorno alla fronte. Innestate nella larga fascia che stringono alla cintola fanno capolino pistole e pugnali. Tanto i giovani quanto i vecchi hanno un segno di vigoria indomita nel profondo arco cigliare e nel lampo delle pupille accese. Parlano rado, senza gridare, senza gestire, gravi come tanti sacerdoti.
L’ospite nostro ce li presenta ad uno ad uno. Quasi tutti, meno i giovanissimi, hanno partecipato a qualche rivolta, hanno capitanato qualche banda di insorti. Il più vecchio: barba Sifi, dalla fronte attraversata da una larga cicatrice, compì gesta eroiche ed è circondato da una muta venerazione. Quando parla barba Sifi tutti ascoltano riverenti e nessuno osa interloquire. Ma barba Sifi beve e beve a lunghi sorsi, levando il capo beatissimamente. Ha una faccia grande e rosseggiante, animata dagli occhi nerissimi. Per dieci volte grida: evviva! e vuota forse dieci bicchieri se non più, poi mentre gli altri parlucchiano, appoggia un gomito su la tavola, la fronte su la mano aperta e si concentra. I più lontani ammican fra di loro; alcune giovinette sono apparse su la terrazza; le voci si fanno sempre più sommesse, finchè, quando Sifi leva la faccia trasfigurata, tutti tacciono raccolti. Ad un tratto il gran vecchio si volge e grida:
— Diamarta!
Una giovinetta agile, sottile, diritta come una canna di Vrises, la bella fonte, esce dall’ombra della terrazza e si avvicina. Il volto severo, di un pallido bruno, è animato da due grand’occhi dolcemente austeri. La fronte, fra l’onda dei capelli rosso rame e le esilissime ciglia, ha l’antica soavità delle iddie prassiteliche.
Senza nulla chiedere Diamarta toglie da un angolo la lira (un istrumento a corde che serba il nome dell’antica lira se non la forma), la porge al padre, poi si rivolge, rientra nell’ombra senza aver levato gli occhi su gli astanti. Su le sue spalle ondeggiano i capelli raccolti in una lunga treccia. Trascorre un breve silenzio. Tutti si protendono verso il vecchio settantenne. Qualcuno mi sussurra:
— Ora canterà i giorni della rivoluzione!
Un accordo grave rompe il silenzio, poi un secondo, un terzo in una continuità dolcemente monotona. Sifi ha levata la fronte, guarda in alto, verso un punto incerto, segue il volo delle memorie attendendo il gioioso prorompere della sua esaltazione; poi comincia adagio e la voce trema e gli astanti impallidiscono sogguardando. Ma il tono si fa sempre più forte, la voce sempre più alta e secura, e i distici succedono ai distici in una improvvisazione che non si stanca, in una gioia impetuosamente grande, in un respiro largo e possente di sole, di cieli, di forza battagliera, di vita e di morte. Tutto si trasfigura per la voce del rapsodo, tutto si amplifica nobilitandosi. Il tumulto di un’anima si comunica a cento a mille anime; non si ascolta, si vive di una stessa vita; non si approva, ci si leva, ebbri di una sola ebbrezza.