La chiesa di Mora.
Quando Sifi tace è un urlo che conchiude il suo canto, poi nessuno più dice parola. Diamarta si accosta ancora e gli occhi di lei scintillano di pianto.
E non è un solo rapsodo in quest’isola dall’anima antichissima, ma cento. Sono vecchi che hanno sfidata la morte, che hanno condotti manipoli ardimentosi all’assalto; vanno di villaggio in villaggio e si fermano alle capanne disperse, ascoltati da tutti. Cantano le antiche rivolte e le nuove; esaltano la libertà e la fierezza nel nome del loro Iddio. E nel nome del loro Iddio e della libertà sono poeti. Il popolo li ascolta e li inchina. Una grande ombra li segue: la morte; un’ombra più grande ancora li illumina e li irradia: l’epopea.
Tutto è finito fra l’indifferenza comune. All’imboccatura del porto non sventola più alcuna bandiera, le corazzate sono partite per Suda, il Governo locale ha promesso la calma e la calma, per adesso, esiste. E quale calma! È un vero torpore quotidiano; una monotonia senza fine uguale. Si sa benissimo che si tratta di cosa effimera, che il problema è tuttavia insoluto, ma durante la tregua si sonnecchia nella più compiuta indifferenza.
Alla chetichella le grandi navi sono scomparse ad una a due per volta; la gendarmeria cretese ha sostituito i marinai su le vecchie fortificazioni veneziane, ma ciò non ha destato nè entusiasmo nè curiosità. Si attende il domani.
Ieri a Retimo, un greco ha ucciso un turco, ma anche tale notizia, che si è sparsa rapidamente in città, non ha commosso troppo gli animi. Ciò mi ricorda i tempi classici di Cesena allorquando un socialista uccideva un repubblicano o viceversa, e ci si era assuefatti ormai a tale triste vicenda. I turchi continuano la loro vita tranquilla ed appartata, avendo scarsissimo contatto coi greci; i greci non sono meno tranquilli (almeno a Canea) e sdegnano la compagnia dei turchi. Tale, in massima, è la verità. Ciò non preconizza certamente un’armonia stabile e duratura. Ma le cose si trascinano così da anni ed anni e possono continuare immutate fino a che non si ritorni da capo. Ritornare da capo è la meta del domani. D’altra parte, data l’assoluta impossibilità di una vita autonoma, non rimane ai cretesi altra via d’uscita. Frattanto il torpore dell’estate concilia il riposo ed il sonno.