Ha la pallida e calda bellezza delle donne turche, le quali poco vivono al sole, che pure dà agli occhi loro una fosforescenza viva e alla pelle un dolce tono dorato.
I capelli spessi e ricciuti, ribelli ad ogni acconciatura, nerissimi, le formano attorno ai capo un’aureola selvaggia.
Nuriè, come le compagne sue: Azidiè, Fatima, è la vittima inconscia contro la quale si sfoga l’odio dei greci per la razza turca.
Essa deve sottostare ad ogni vituperio, ed ogni vituperio è ritenuto giusto perchè è nata di un altro sangue.
Contuttociò serba, per la sua età giovanile, una freschezza di fiore.
Tutte le sere, per ritornare al mio albergo, debbo passare innanzi alla sua soglia e la vedo ferma sul limitare, i capelli cosparsi di gelsomini.
Ieri a sera la sua lanterna rossa era spenta.
La strada di lei dalle piccole case in legno piene di verande e di terrazze e di pergolati, si illumina a notte di lanterne rosse; ogni soglia ha la sua lanterna fioca: un occhio e un cuore nell’oscurità, un invito a chi è solo, a chi cerca un asilo e una creatura. Ieri a sera Nuriè non era su la soglia.
Non chiesi di lei; andai pel mio cammino. Fra noi non c’era stato che un silenzio, nulla più.
Oggi sul piroscafo che mi conduce a Candia e a Smirne, mentre ero solo sul ponte deserto e guardavo sotto le stelle il lontano profilo del monte Ida, ho veduto una donna ammantata accostarmisi.