Il picco della Capra alle isole Lofoten.

Mi allontano, oltrepasso il konak, cerco la quiete sussurrante della città turca arrampicata su pel monte Pagus fra minareti e cipressi. Per le viuzze tortuose ed anguste la folla non diminuisce. I cammelli, che quasi quasi oltrepassano le casupole, incedono solenni l’un dietro l’altro al suono di un loro grande campanaccio attraverso i neri e sudici bazars; si perdono nel laberinto di stradicciuole ugualmente fetide. Tutto è sporco e scintillante: è questo un controsenso che non si verifica se non in Turchia. Sporche le vie, i negozi, le vesti, le persone, ma pure non v’è cosa che non abbia parte che riluca. Il luridume sarà corretto da un cencio rosso fiammante, da un metallo lustrato con furia accanita, da carte colorate, da veli a lustrini; ma è corretto, è rivestito, direi quasi azzimato. I turchi, come le allodole, amano tutto ciò che riluce. I pesci e le carni esposti alla polvere e alle mosche su per le porte o dentro certi vassoi di colore oscuro si fanno perdonare e desiderare dai consueti avventori, perchè rivestiti di stagnola dorata ed inargentata; puzzano ma risplendono, e questo è l’essenziale. Tutto è bello ed è buono se in qualche parte riluca. Un lustrino fa perdonare il fango. Un fiore fa dimenticare il luridume. Il sudiciume è necessario e il colore è la sua poesia. Se l’occhio si inebbria, il naso può perdonare; è una concessione reciproca, un adattamento che non manca di una certa fastosità. Ma vi è cosa forse in Oriente che non tenda al fastoso? L’ultimo asinello spelacchiato, bistorto, pieno di guidaleschi, avrà, non foss’altro, intorno al povero collo striminzito, una collana di perle azzurre.

Evito i bazars e le strade dei mercati, mi arrampico su per stradicciuole gaie e quiete, arrise da pergolati e da fiammanti fiori di geranio. Dietro i musciarabì delle finestre cinguettano donne e bimbi; è un sussurrìo sul mio passare; uno squillare argentino di fresche risate, un fiorire di parole ignote e pur dolci nella loro musicalità indefinita. Salgo sempre più. Il profilo di una moschea, un lembo di mare, una distesa di giardini mi si offre a volta a volta nel panorama che si allarga, e il silenzio aumenta e il raccoglimento è più dolce.

Due giovanette dal volto scoperto mi passano d’accanto sorridendo e non si ammantano come sogliono se qualche turco sia in vista. Il loro ciarciaf azzurro e bianco riluce nel sole ondeggiando; scompaiono fra i cipressi nel fondo, dove si apre un cimitero.

I cimiteri sorgono nel cuore della città, piccoli e grandi, numerosissimi. A volte lo spazio che intercede fra due case è convertito in cimitero. Di simili se ne trovano fin nelle vie più popolose, e nessuno vi pone mente. Una piccola cancellata ne difende l’adito. All’interno, fra qualche albero, si levano cinque o sei lapidi annerite, poi erbacce e rovi e qualche gatto famelico. Non sono cupi nè malinconici, sono come vecchi cortili abbandonati, sui quali l’occhio si sofferma distratto. I più grandi, convertiti in vere selve di cipressi, sorgono sul pendio del colle; case e giardini li circondano. Le tortore e le colombe ne hanno fatto la loro dimora consueta; si allietano di bianchi voli e di canti; i bimbi vi penetrano, vi trascorrono, vi giuocano tutto il giorno fino a sera tarda, fino a quando il grande sole si addormenta e le colombe si rifugiano fra i cipressi.

Il miracolo della colomba.

Nel 631 dopo Cristo, e cioè un anno avanti all’Egira, alla fuga cioè di Maometto dalla Mecca a Medina, gli idolatri che già presentivano nel guerriero apostolo un nemico temibile, decisero di sopprimerlo.

Maometto era allora proscritto dalla Mecca e aveva nella tribù dei Loreisciti, dalla quale discendeva, nemici possenti che non gli davan quartiere. Però le sue dottrine avevan guadagnato campo nelle tribù limitrofe e in Abissinia; a Medina era già riconosciuto come Raçul Allah, apostolo di Dio.