Vedere non è forse sapere? — dice Balzac nella sua Peau de chagrin —; e se questo è, se vedere vuol dire allargare sempre più i confini della propria conoscenza; coltivare la mente e lo spirito; paragonare, giudicare, apprezzare, unire e scindere, assimilare e distanziarsi, se è tutto ciò e anche un divago, un proficuo riposo, perchè non vincere la tradizionale paura? perchè non superare uno fra i tanti preconcetti che perpetuano una nostra schiavitù che nessuna ragione sostiene? Nè si ponga in campo il tema delle spese e della comune esiguità dei mezzi. Così non è in realtà almeno per chi vuole e sa volere.
In Isvezia, ad esempio, non v’è professore di ginnasio o di liceo, non v’è impiegato il quale non si proponga al principio dell’anno, come finalità delle economie che verrà facendo, un viaggio verso i paesi del sud. Egli conosce le tariffe ferroviarie delle singole nazioni, le varie facilitazioni delle quali potrà usufruire; sa quanto spenderà per il vitto e l’alloggio durante il soggiorno in una determinata città; ciò che potrà costargli la vita nei piccoli paesi e nei grandi centri; viene preparandosi di lunga mano ciò che dovrà essere la sua gioia migliore. E tutti gli anni noi vediamo in Italia, perchè è appunto la nostra terra solare la preferita dai popoli nordici, vediamo queste lunghe teorie di viaggiatori che scambiamo ancora, benchè con minor frequenza, per tanti Cresi, per miliardari a spasso e che invidiamo senza aver neppure la remotissima idea di poter fare altrettanto.
Io non consiglierò mai abbastanza, ai giovani, l’amore al viaggio. Conoscere in primo luogo casa nostra e in seguito i popoli finitimi e quelli più lontani; imparare facilmente per la più semplice facoltà d’osservazione; vedere in quale valutazione siamo tenuti all’estero; dissipare per quanto si può le innumerevoli prevenzioni nemiche a nostro carico; diffondere la nostra lingua; imparare ad essere coscienti ed orgogliosi della nostra nazionalità; contrapporre a tempo e a luogo orgoglio ad orgoglio, disdegno a disdegno, fierezza a fierezza; valutare le nostre superiorità e le manchevolezze nostre; vivere intensamente la vita in tutte le sue forze, ecco ciò che dovremmo proporci, ciò che ci permette il viaggio, il quale è, senza forse, uno fra i maggiori ammaestramenti.
Una razza tanto più si rinsalda nelle sue tradizioni quanto più si muove ed ha occasione di conoscere gli antagonismi che la dividono, le qualità etniche che la differenziano, gli interessi che l’allontanano dalle altre razze. Avere esatta coscienza della propria entità significa raddoppiare il proprio valore, e tale coscienza non si acquista intera e compiuta se non quando si possono stabilire raffronti e rapporti non già cervellotici, ma derivati da una diretta e costante osservazione dal vero.
Ecco perchè ciascuno di noi dovrebbe proporsi di ridestare e di alimentare l’amore al viaggio, ritornando su tale proposito ogniqualvolta se ne presenti l’occasione; chè solo con l’insistere si vincono le secolari pigrizie, si scuotono gl’incerti torpori, si ridestano le energie latenti.
Noi dobbiamo combattere le nostre umiltà; dobbiamo renderci esatto conto del cammino percorso. Fino ad ora, come gente pazza che non sa bene su quale salda base appoggi i propri ragionamenti, siamo passati da elevazioni a demolizioni, perdendo e nell’un campo e nell’altro il senso della misura, ci siamo fidati troppo o abbiamo spinto l’amara gioia dell’autocritica fino all’aberrazione. Abbiamo esagerato nel primo caso falsando l’importanza dei fatti, dando loro una valutazione che non era esatta; abbiamo esagerato nel secondo allorchè, senza essere soccorsi da dati positivi, da una chiara conoscenza, si è giunti a conclusioni prive di qualsiasi serietà. Questo stato di fatto, codesta corsa alle antitesi non è certamente la più opportuna a rinfrancare la coscienza nostra, a dare quell’unità di intendimento che fa di tutto un popolo una magnifica compagine. Così è nata fra noi ed è cresciuta a gran rigoglio la mala pianta dello scetticismo; così si è alimentata la generale sfiducia, sfiducia che ha superato i nostri confini e viene serpeggiando, benchè con minore intensità, fra i nostri connazionali residenti all’estero. Più di una volta ho avuto amare confessioni; più di una volta mi son sentito chiedere: — Perchè non si fa? Perchè non si agisce? Non vedono, non sanno in Italia le nostre condizioni? Non osservano ciò che fanno gli altri? — E a tali interrogazioni mi conveniva rispondere citando la buona volontà dei pochi; ciò è a dire: una coscienza limitata; una forza ancora inadatta.
Sappiamo forse noi quali siano le condizioni dei numerosi italiani sparsi per le regioni del Levante?
Sappiamo forse quale grande importanza abbia tuttavia la nostra lingua in questi paesi, benchè debba sostenere una lotta assidua con la lingua francese, e molte e troppe volte, venga soprafatta? Sappiamo con esattezza in quale concetto siamo tenuti dagli indigeni, e ci preoccupiamo forse di vincere, con azioni dirette allo scopo, le male prevenzioni, i disprezzi radicati, i tronfii sdegni alimentati da chi ne ha interesse? Conosciamo le lotte aspre sostenute dalle nostre scuole a Tunisi e a Smirne, a Bengasi e a Salonicco? Lotte quotidiane, a volte, affrontate con una costanza, una fede e un entusiasmo dei quali non sarebbero capaci certamente i nostri scettici dalla volontà flaccida e dal cuore vuoto.
Tutto ciò è pressochè ignoto alla maggioranza del pubblico e non so se il pubblico sia per appassionarsene, disabituato com’è a partecipare ai vivi problemi della vita nostra; a quei problemi che escono dalle meschine controversie della politica interna o dalle dimostrazioni di piazza. Eppure tali cose dovrebbero richiamare la nostra attenzione assidua, dovrebbero tenerci desti ed alerti. Io non so quale effetto esercitino alla Consulta le relazioni dei consoli e dei tenenti di vascello, incaricati di studiare questioni particolari in Oriente, so però che non sarebbe male se tali relazioni, detratte le notizie di carattere delicato, fossero rese di pubblica ragione. Troppe volte apprendiamo dai resoconti dei consoli esteri, riportati dai nostri giornali, lo sviluppo economico e le condizioni generali di qualcuna fra le nostre colonie, e mi pare, o mi inganno, che ciò sia ridevole. La stessa cosa non avviene in Inghilterra, non avviene in Francia, paesi nei quali la coscienza nazionale non è mai sonnecchiante, ma veglia e si impone.