Ci facciamo su la soglia della bottega:
— Addio, mastro Giovanni — dice padre Lorenzo —; c’è qui un signore italiano che vuol salutarti.
Leva la bianca testa, si avvicina sorridendo, mi tende una mano, pensa un poco, pare voglia dir qualche cosa, poi stringendo forte la mano, che ha tenuta fra le sue, mi grida:
— Viva Garibaldi, sior, e viva l’Italgia!...
In cammino.
È notte; sul quai ardono centinaia di lumi; una fiumana di gente si riversa alla birreria Clonaridis o passa oltre, si disperde nella notte.
Il piroscafo ha tolto gli ormeggi, prende il largo. A poco a poco della grande città e della sua vita non rimane che un vago chiarore su l’orizzonte: Smirne dalle belle donne è scomparsa.
Le nostre umiltà.
In massima noi siamo ancora un popolo che non ama viaggiare, che si infiacchisce nella consuetudine di una vita pigramente uguale e sta alle cose fatte, ai giudizi tradizionali ed ha troppe volte un’idea incertissima intorno a paesi e a questioni che dovrebbero tener ridesta l’attenzione più viva.
Noi temiamo il viaggio oggi come l’avremmo potuto temere cinquant’anni fa, quando si andava per le poste; ne abbiamo lo stesso concetto; lo consideriamo come una cosa appena appena possibile per i ricchissimi, come un diporto dispendioso ed inutile, o come un seguito di noie e di privazioni, alle quali non val la pena sottostare. Nel concetto comune è già superare una distanza enorme andare da Roma a Milano; data la qual cosa, le città più lontane come Cagliari, Palermo, Siracusa rientrano addirittura nella zona grigia, entro la quale, per la diffusa ignoranza geografica, sono compresi i vaghi confini del mondo abitato. Da ciò proviene, per restare entro i limiti delle nostre terre, il perpetuarsi di pregiudizi e di prevenzioni non mai abbastanza biasimevoli in una terra come la nostra, la quale ha il dovere di rinsaldare giorno per giorno sempre più, i vincoli di fratellanza fra regione e regione.