Su la miniera di Kiruna. Operai al lavoro.
Troppe volte mi sono sentito chiedere, al ritorno da qualche viaggio in Oriente: — “Quale lingua parlava laggiù?„ — E quando rispondevo: — “L’Italiano!„ — vedevo i miei interlocutori, che non erano precisamente dei semplicioni o dei mercanti di castagne, allargar tanto d’occhi, fare un viso di meraviglia e stupire e stralunare. Non pareva loro possibile che la lingua italiana potesse essere intesa un palmo più in là dei confini del Regno. Essi si erano abituati ormai a considerarla come una povera, inutile cosa, rifiutata e scacciata; sì come una bellissima veste ma fuori d’uso, della quale ci si poteva tutt’al più compiacere in casa propria, innanzi all’ammirazione degli intimi; si erano abituati all’umiltà della rassegnazione, di una supina rassegnazione derivante da cecità di spirito e di conoscenza. Eppure quanto il francese e più del francese la lingua nostra ha potere di espansione per poco che la si aiuti; per poco che ciò si voglia. Conviene viaggiare per convincersi di tale verità. Ma la coscienza nostra non è ancora tanto libera da servilismi, da imporsi con ragione per la via più diritta. Quanti sono ancora fra noi che preferiscono il francese; che, viaggiando, non pronunzierebbero una sola parola italiana per timore di essere svalutati nella considerazione dei compagni di viaggio? Dico questo con coscienza di causa, perchè ho assistito a troppe scenette tipiche e ne ho arrossito di vergogna. Vinceremo il malanno, non ne dubito; ma frattanto sussiste tuttavia ed è l’indice di una miseria di spirito che conviene combattere con ogni nostra forza migliore.
L’espansione di una lingua segna il progredire economico, l’influenza morale, il prevalere della civiltà di un popolo. Nei centri più civili dell’Oriente, la Francia è scimiottata fin nella letteratura. I pochi turchi che scrivono sono imbevuti fino alle midolle di letteratura francese, e non è certo la migliore che arriva quaggiù. Basta dare un’occhiata alle vetrine dei libri. I titoli, le copertine, gli autori vi dicono subito di che cosa si tratta; pornografia e pornografia in tutte le salse, attraverso mille sfumature. Ed ogni vetrina è inondata da pubblicazioni di simil genere, ne è aggravata, costipata. Avete un bel cercare qualcosa di diverso: non vi riuscirà. Sempre la stessa merce, sempre gli stessi autori. All’infuori dei giornali, non un libro italiano, nè inglese, nè tedesco. Se ne chiedete qualcuno, vi guardano in faccia quasi pretendeste l’araba fenice o il cinamulgo. Non sono abituati a simili domande; nessuno se ne occupa. E di giorno in giorno si perde campo, perchè la Francia non dorme e le preme mantenere la propria incontestabile supremazia. Che facciamo noi? Poca cosa invero per il molto che ci sarebbe da fare.
Toltone nelle classi colte, è incontrastato che la lingua italiana è molto più diffusa della francese in tutto l’Oriente mediterraneo. Da Corfù a Pireo, da Pireo a Canea, da Canea a Smirne, da Smirne a Salonicco, fin dal vostro giungere, trovate i facchini del porto che parlano italiano correttamente, senza intoppi; simil cosa avviene nei porti della Siria e dell’Egitto, della Tripolitania e della Cirenaica.
Tale diffusione della nostra lingua in seno ai popoli del Levante si è mantenuta spontaneamente senza l’intromissione di alcuna volontà estranea o di azioni premeditate. Ragioni etniche e storiche ne favoriscono l’espandersi nei secoli; ora, se pure tali ragioni permangono, sono appoggiate da noi con mezzi fiacchi.
Tutti coloro che in Oriente agiscono per il mantenimento del nostro buon nome o per lo stabilirsi di una nostra supremazia non si sentono appoggiati, spalleggiati, in patria, da un comune acconsentimento, da quella viva simpatia che fa ringagliardire ogni entusiasmo; sono, in realtà, un poco soli, hanno il senso di un isolamento tanto più amaro quanto è meno ragionevole. Così coloro che spendono di propria iniziativa (e sono molti) danaro ed energie per la causa nostra e non cercano alcun compenso; così i direttori di scuole, i professori, i maestri, i missionari e tutti i religiosi, i quali compiono un’opera vera e continua di italianità.
Per tali vie, che la Francia ben conosce, si espande la lingua e l’anima di una gente. Ma a volte noi abbiamo inesplicabili ignoranze e più inesplicabili umiltà.
Alcune nostre merci, ad esempio, si sono imposte ormai in tutto l’Oriente; non siamo più noi che andiamo a cercare il mercato, ma è il mercato che viene a noi. Ora, perchè le nostre Case di esportazione, seguendo l’esempio delle Case tedesche, inglesi e francesi le quali impongono la loro lingua, non mantengono la corrispondenza in italiano? perchè preferiscono il francese che non è necessario nè imprescindibile?
Adottando la lingua italiana, come ne avrebbero diritto, non potrebbero trovare impiego presso le Case estere di importazione tanti giovanotti che ora escono dalle nostre scuole all’estero e non trovano collocamento?