E inoltre, diffondendosi tale giusta misura, non scomparirebbe poco alla volta la sfiducia, non cesserebbe l’amara domanda che si rivolgono i nostri giovani: — “A che ci serve l’italiano? perchè studiarlo?„

Se abbiamo ormai una incontestabile forza economica, conquistiamoci altresì una supremazia morale. La prima non avrebbe valore duraturo senza la seconda.

Conviene scuotersi dal sonno e camminare.

Sopra la tolda.

Per farci un’idea pressochè esatta del pubblico viaggiante sui nostri piroscafi che fanno servizio fra la Tripolitania e Costantinopoli, scorriamo il registro di bordo, quel libro cioè sul quale dovrebbe essere scritto il nome e il cognome di ogni viaggiatore. Apriamo a caso e leggiamo: — Una donna araba; Mustafà e due donne; Cinque ufficiali ottomani; Uno; Donna turca; Alì sa femme e un minore; Indigente; Una compagnia di teatro; Bernarda da Malta e due poppanti, e così di seguito. Pare di leggere la didascalia dei personaggi che non parlano di qualche dramma spettacoloso, e abbiamo a che fare in realtà con personaggi che non parlano.

L’impiegato di bordo il quale, dovendo registrare il sopraggiungere di un nuovo viaggiatore, ha scritto con estrema semplicità: Uno, ha fatto, senza saperlo, il più bell’esame psicologico di questa gente in rapporto a noi. Uno, e cioè un’unità oscura, una quantità imponderabile, senza nome; una specie di monade solitaria o di oasi inaccessibile fra gli ardori di un deserto incommensurato.

Per noi tutta questa gente non è più di un’ombra che trascorre. Ci passa vicina, vive al nostro fianco una diecina di giorni nella più stretta intimità di vita che possa immaginarsi, ma non si appalesa, non si accomuna; appare e scompare silenziosa, chiusa, quasi nemica; veglia anche nel sonno; si apparta quanto più può, si nasconde, china la faccia, volta le spalle, cerca gli angoli più remoti, si raccoglie: è l’ombra che trascorre.

Che potremmo dirne che non sia esteriorità, lato di colore o costume più o meno edificante? La nostra migliore volontà si infrange contro la muta barriera, contro l’impassibile indifferenza ostile. Ogni indagine è vana, ogni tentativo ha l’identico risultato pressochè nullo. Non valgono cortesie. Una mano che passa dalla fronte al cuore, o dal cuore alla fronte è la dimostrazione della loro riconoscenza e niente più. Li interrogate e vi rispondono appena, o non vi rispondono affatto; se non vi guardano con diffidenza, sorridono e non si levano dalle loro positure oltremodo comode. Io credo veramente che essi vivano in uno stato torpido; fra l’essere e il non essere così come stanno di continuo fra la veglia e il sonno; credo non abbiano nulla da dire di loro stessi, nulla che sia in chiara evidenza innanzi agli occhi della loro mente. Non conoscono che Allah; vivono in Allah; si moltiplicano per Allah. Una idea, una tradizione cieca, un fanatismo feroce. Ci appaiono come coscienze primitive e tenebrose appena emergenti dalla penombra; nulli come individui, meravigliosamente saldi come compagine. La loro miseria individuale, l’incapacità di essere qualcosa particolarmente, li rinsalda. Maometto è il capitano che li conduce tuttavia e li ha ubbidienti fino alla morte. Ogni gerarchia comincia e finisce in Maometto; è l’ombra del Profeta che li governa e li disciplina oggi come tredici secoli fa. La massa amorfa ch’egli trasse furiosamente alla conquista di un vecchio mondo in isfacelo serba tuttavia l’impronta della sua volontà straordinaria. Il formidabile impeto che li risvegliò in un grido di guerra cova tuttavia nel loro cuore, pronto a divampare con la stessa furia. Ciò che Maometto foggiò secondo una legge gelosamente ferrea è rimasto immutato nei secoli, nè credo sia per mutare. La stessa inerzia di questi popoli forma un ostacolo quasi insuperabile; inerzia morale superiore a qualsiasi tentativo che voglia o tenda superare l’antico confine. La loro religione è il loro mondo, il loro Io, la ragione della vita o della morte; all’infuori di ciò essi non vedono che una zona grigia e minacciosa. La nostra civiltà è una parola, una fiaba della quale hanno sentito dire troppe volte e che li lascia perfettamente indifferenti se non ostili. Imitarla o seguirla non sarebbe possibile se non rinunziando alla loro vecchia anima statica; potranno assimilarne, forse, quella parte che riesca più direttamente a nostro danno. Frattanto noi siamo e restiamo, per la grande massa, gli antichi giaurri, i cani infedeli che conviene rispettare perchè possono far danno, perchè non è possibile sbarazzarsene. Non è un freddo pessimismo calcolato che mi conduca a tale conclusione, ma una osservazione diretta e continua; una serie di fatti concomitanti, allo svolgersi dei quali ho potuto assistere, e il convincimento sereno della maggiore e della migliore parte dei nostri connazionali che vivono da lungo tempo nell’Oriente mediterraneo.

Ora il registro di bordo, nella sua semplice e schietta spontaneità, è l’indice migliore della grande distanza che ci separa tuttavia dal vecchio mondo mussulmano. Ne ho dato un breve saggio, ma potrei continuare. Non si tratta unicamente di Alì e compagni, di Un arabo o di Un soldato, ma di ufficiali e di kaimakan ed anche di qualche governatore delle provincie più remote dell’impero turco. Ci sfilano dinanzi tutti senza nome o quasi, appena emergenti dalla loro ombra; compaiono come scompaiono. Muti e sdegnosi, estranei e lontani. Non parlano, ed anche quando vi accostano e vi interrogano e voglion sapere dell’Europa e dei nostri costumi; quando vi esaltano Parigi, non già per le sue forze migliori, ma per ciò che vi hanno trovato di più corrotto, sentite sempre una barriera che li divide da voi. Vi fanno l’effetto di creature le quali si sporgano per un attimo oltre un grande recinto, entro il quale si affrettano a ritornare.

In massima, presi a parte a parte, non sono, per noi, niente più di Uno, di un ignoto il quale, uscito dalla folla, compia un lungo giro, vi scivoli innanzi senza guardarvi e rientri rapido nell’ombra uniforme dalla quale era emerso. Ho detto in massima perchè le belle eccezioni vi sono, ma non certo benvise dalla maggioranza.