Tale è, per oggi, la semplice verità. Può darsi che in un domani più o meno remoto le cose cambino aspetto; che la millenaria anima nemica, ridesta da un entusiasmo improvviso, voglia rinnovarsi più apertamente al sole; che, per la tenace volontà dei pochissimi, la montagna vada al nuovo Maometto; tutto può darsi. Dopo tanto entusiasmo non conviene far l’amara professione degli scettici impenitenti.
Il mare è tranquillamente sereno; facciamo un giro per il piroscafo; sarà altrettanto divertente quanto percorrere i bazar di Smirne e di Costantinopoli, o penetrare nel più riposto cuore di una casa turca.
Siamo in viaggio da vari giorni, abbiamo perennemente in vista le squallide coste dell’Africa: piccoli pallidi colli appena emergenti dalla foschìa, piani immensi dai quali giunge l’impeto soffocante del khamsin, il vento del deserto. A quando a quando qualche fila solitaria di palmizi sorge su l’afosa diafanità dell’orizzonte entro la quale la terra color d’oro dilegua e trascolora. Il mare è bianchiccio, senza luminosità, torpido, oleoso. Le piccole increspature che il vento vi produce appaiono e dispaiono, si rinnovano in un giuoco infinito, guizzano via, senza lucori, fra il bianco e il grigio nell’immensità lattiginosa. Tutto si appesantisce e si attarda nell’imperare immutato del caldo e della caligine.
Abbiamo toccato gli scali di Tripoli, di Misrata, di Bengasi. Il piroscafo è rigurgitante chè, ad ogni scalo, vi si è riversata una vera fiumana di viaggiatori. Sono giunti urlando e strepitando, stipati fra bauli e fardelli, hanno invaso il ponte coprendolo e trasformandolo in pochi secondi. Abbiamo a bordo una rappresentanza di tutte le razze dell’Impero turco: greci, albanesi, arabi, circassi, sudanesi. La varietà dei costumi è altrettanto grande quanto la varietà dei dialetti e delle lingue. Abbondano i beduini coi loro marmocchi, che se ne stanno perfettamente ignudi al sole.
Sono a bordo cinque ufficiali turchi, ma viaggiano in terza classe attendati col resto della tribù; un solo ufficiale superiore, che ha il passaggio in seconda, ha confinato la moglie in terza classe in compagnia delle serve nere. È ben vero che il Corano proibisce ai mussulmani di accostarsi ad una donna, sia pur questa la madre o la moglie, in qualsiasi luogo che non sia nell’haremlik; ma non sarebbe stato difficile invertir l’ordine delle classi. Bisogna convenire che tali sfumature non rientrano ancora nel sentimento cavalleresco mussulmano. L’esempio di persone che viaggiano in seconda e lasciano la moglie in terza non è infrequente, è quasi la regola, come pure è regola generale la estrema libertà di movimento, l’assoluta noncuranza delle più elementari convenienze che la nostra civiltà ritiene indispensabili alla serenità dei rapporti reciproci, e l’indifferenza olimpica con la quale tutta questa gente fa il proprio comodo senza restrizioni di sorta. Sono in casa loro, non c’è che dire; nessuna cosa li disturba; fanno ciò che fanno e Allah li sorveglia. Il torto è nostro, che guardiamo con occhi diversi; bisogna inambientarsi. A dire il vero i cinque ufficiali, non appena sono saliti a bordo, avevano una divisa sgargiante, ma, dopo qualche ora, chi li avrebbe riconosciuti? In pantofole, senza calze o con le calze rotte; un lungo camicione a fiorami ed ecco fatta la toeletta da viaggio. Si sono accosciati su le stuoie e si guardano senza parlare, accarezzandosi i piedi. Uno ha un grande binoccolo a tracolla, un altro ha un narghilè; un terzo il tespikh, del quale fa scorrere i grani fra le dita metodicamente. Poco più lontano è un gruppo di soldati che vanno in congedo. Descrivere la loro divisa è quasi impossibile, tanto è dissimile da individuo a individuo. In una cosa si rassomigliano perfettamente, nelle rattoppature, nella sporcizia come nella tonsura, che varia dalla corona alla mezza luna; dalla grande chierica alla piccola coda eretta sul bel mezzo del cocuzzolo.
Passiamo fra cumuli di bauli policromi, rossi, verdi, gialli, a fiorami, a figurazioni simboliche; rivestiti di carta, di lamiera, di chiodi e di bullette migliarine; scartiamo i materassi, i tappeti, le coperte e le stuoie; scavalchiamo gli individui, distesi ovunque sia un piccolo spazio, per abbracciare con un’occhiata questo novissimo bazar. Sui quattro boccaporti di poppa e di prua sono state distese quattro tende; ogni boccaporto accoglie una o due famiglie: le donne da un canto, gli uomini dall’altro. Per mezzo di tende supplementari hanno fatto divisioni e suddivisioni tanto da non vedersi reciprocamente e da celare agli occhi scrutatori il volto delle loro hanum, e ci sarebbero riusciti se il vento non scompigliasse tali baracche. Li cogliamo così nella loro intimità. D’altra parte è sempre la stessa cosa: materassi, coperte, stuoie, tappeti, e persone sdraiate e persone accosciate. Le donne fanno il caffè. Tale è la loro occupazione continua, quando non dormono e non si bisticciano.
Vedute così, libere dal ciarciaf, appaiono piccole e goffe; troppo grasse; troppo impacciate nelle movenze.
Le ricche, e conseguentemente le più indipendenti, spingono il loro ardimento fino a salire fra noi, sul ponte riservato alla prima classe; però, superata la barriera, si aggruppano in un angolo e guardano il mare per lunghe ore, o siedono alla turca sui sedili europei voltando la faccia alla spalliera e le spalle a noi. Le povere sono compiutamente abbrutite. Cinque donne del popolo per quattro giorni e quattro notti sono state rannicchiate dietro una barriera di bauli, per non farsi vedere, e non sono uscite mai dalla prigione angustissima. Il comandante del piroscafo, per non violare il prezioso gineceo e non far nascere una rivolta a bordo, si è dovuto accontentare della pulizia sommaria che le donne stesse compivano nel loro angolo sacro. A Smirne era salita a bordo un’altra disgraziata: una turca compiacente; non appena lo seppero i babau, fu presa e rinchiusa nella stiva, e dalla stiva non uscì se non quando fu giunta a destinazione; ciò vuol dire che vi rimase per sei giorni consecutivi.
I poveri mordono il freno per le novissime libertà dei ricchi, e non so se vorranno sempre pazientare. Certo, ciò che può tollerarsi in viaggio, sarebbe assolutamente intollerabile a terra. Approfittiamo adunque di tale condizione di grazia per osservare meglio.