Ogni famiglia ha portato con sè tutti gli oggetti di casa, io credo: dalle stoviglie ai materassi. Hanno fornelli a spirito, cesti, bottiglie, terraglie, panieri, vassoi, tazze, bicchieri ed altri arnesi, dei quali è difficile conversare. Un maggiore turco ha spinto la sua tenerezza fino a portare seco, oltre la famiglia, un pappagallo, un montone, un gatto d’Angora e due gazzelle. L’osservo da tre giorni, e da tre giorni lo vedo sempre più lacero e sporco. Trascina seco un marmocchio che non ha alcuna soggezione di adempiere a’ suoi doveri più urgenti ovunque si trovi. Da tre giorni si cibano di un enorme cocomero che hanno imbarcato a Tripoli. Non conoscono l’uso del fazzoletto, non guardano in faccia a nessuno. Il padre è sempre taciturno, il figlio strilla come un’aquila dalla mattina alla sera, e quando il padre si abbandona a’ suoi acrobatismi religiosi, la qual cosa avviene varie volte al giorno, dopo un opportuno orientamento verso la Mecca, il figlio, che è rimasto senza guardia, si spoglia urlando e se ne fugge ignudo. La qual cosa esilara i vecchi turchi dalle mani incrociate sull’ombelico.
Gentilmente invitato dal comandante Salvatore Viola, salgo sul ponte di comando; si domina meglio la scena.
Ovunque si volga l’occhio non si vedono che cumuli di fardelli fra i quali si stipano uomini e bestie. L’odore che sale da tale massa di creature è, a volte, insopportabile. È l’odore della cipolla e del muschio, della fogna e dello zibetto, un miscuglio senza nome, non mai avvertito; nè il vento vale a disperderlo, chè sempre si rinnova. Sotto di noi una giovane beduina è intenta a cercare fra i lunghi capelli di una sua congiunta qualcosa che di quassù non si può vedere. Un’altra, che ha il volto velato, ha il seno interamente ignudo e allatta il suo figliuolo, che non può avere meno di due anni; un brutto sgorbio nero dai capelli tagliati a ghirlanda e dall’enorme ventre. Poi piedi e gambe che sporgono da inviluppi di lacere coperte e di stuoie e di tappeti; uomini sdraiati, raccolti, rannicchiati, composti negli atteggiamenti più inattesi, accatastati e costretti entro spazi inverosimili, e bauli e valige e teste rase e teste incappucciate. Cento costumi, cento colori. È tutto un luridume pittoresco, un’immondizia variopinta, un austero pidocchiume che non perde mai l’innata gravità.
Il sole muore in un tramonto tranquillo sul mare senza moto. Lo vediamo discendere fra l’estrema caligine; lo si può guardare: è pallido ed enorme. Contro il suo disco metallico un vapore ignoto si allontana, sempre più impicciolendosi finchè non resta, sotto il crepuscolo roseo, che un tenue alito di fumo fra cielo e mare. La terra è scomparsa; navighiamo pei campi del silenzio. Anche la gente tace. Ma ad un tratto, verso la prua, compare un vecchio cieco guidato da una bambina: è alto, rigido, quasi spettrale nella penombra; siede sopra un fascio di corde, posa su le ginocchia un suo istrumento, poi, in questa immensità senza confine apparente, si leva una monodia dolcemente monotona, di una tristezza profonda. Chi canta? È un vecchio greco, un povero ramingo che va per il mondo con una bimba pallida, amore senza carezze. Canta le arie della sua Tessaglia, rievoca una grande anima tragica, un immenso dolore senza mutamento.
Nessuno parla all’intorno; il raccoglimento si propaga simile a un incubo e la voce si rafforza, preme nell’impeto rievocatore.
È l’ombra di un popolo millenario che sorge fra cielo e mare e si ammanta nel suo paludamento nero.
Verso la Gran Sirte.
Giù nel cielo, fra la foschia, sorge l’altipiano della Cirenaica. È una linea giallastra sul mare scialbo.
Il caldo umido snerva talmente, che è già fatica l’osservare.
Giunge il vento del deserto, il khamsin, e ci avvolge nelle sue folate e ci mozza il respiro.