Passiamo la zona sabbiosa, ci inoltriamo per la stradicciuola che conduce a Derna.

Si cammina fra basse mura di orti e di giardini; ovunque si guardi si elevano i ciuffi eleganti dei palmizi.

Ogni tanto qualche porta moresca si apre su una magnifica visione di verde.

Vedo strani e indimenticabili intrecci di palme e gruppi di banani e di fichi e di cacti. All’ombra delle piante pascolano cammelli e pecore.

Qualche figura di donna ammantata nella sua veste giallo-oro e rossa, si perde fra le ombre.

Traversiamo il letto sassoso di un torrente asciutto ed eccoci, alla piccola Derna. Un bianco nido fra giardini e campi ubertosissimi, un sèguito di casupole dalla terrazza ricca di fiori.

Ma tutto questo ben di Dio, tutta questa ricchezza in realtà si limita a ben poca cosa: intorno intorno, su l’altipiano, è terra incolta e dispoglia. Non un albero, non un’ombra: una distesa desertica.

Derna non è che un’oasi sul mare.

La città, o meglio il villaggio, non ha alcun carattere particolare. Sono le solite casupole arabe, tutte bianche, terminate da una terrazza.

In una piazzetta irregolare sorge il palazzo del kaimakan.