E in queste parole è espresso il sentimento che coglie ciascuno di noi allorchè il pensiero rievochi la titanica sfinge eretta alle soglie del polo a conservarne intatto il tragico mistero.

Ma noi, gente dei paesi felici che il sole non abbandona mai, abbiamo del lontano orrore iperboreo una visione incerta, vaga come le immagini del sogno, indefinita come i paesaggi crepuscolari, diffusi fra un fluttuare di nebbie; non ne sentiamo l’immediatezza, non ne avvertiamo la minaccia se non a grandi intervalli, allorquando l’ardimento di qualche eroe nostro si spinga ad avventurarsi verso l’ultimo mistero del mondo. All’opposto i Lapponi, come gli Esquimesi, i Ciukci, gli indigeni delle coste americane polari, vivono la loro povera vita randagia ai piedi della grande sfinge e ne sentono il contatto e ne sopportano l’assidua violenza, sì nelle tenebre senza aurora, come nel pallido giorno privo di tramonti. Essi stanno alle soglie delle terre ignote, nei paesi tristi e sterminati, in una solitudine che non ha confine.

E i loro rarissimi canti significano, la maggior parte delle volte, o una timida speranza o la paura che sovrasta in un impero incontrastato. Tale la sensazione ch’io ne ebbi accostandoli, vivendo con loro qualche settimana nella più interna parte delle loro terre verso il mar Glaciale.

Era mio proposito, partendo da Stoccolma, di inoltrarmi quanto più mi fosse possibile nel cuore della Lapponia, e ciò unicamente per la gioia della mia conoscenza e per quel sentimento nostalgico che sospinge eternamente colui che ha l’anima del viandante ad un punto più remoto sempre più remoto su le vie della terra e dei mari.

Un tempo non si poteva intraprendere tale viaggio se non seguendo le coste della Norvegia; ora il Lappland Express, che giunge fino a Narvik, nel fjord di Ofoten, e cioè verso il 70º parallelo, facilita di gran lunga il cammino al viaggiatore.

Tale linea ferroviaria, costrutta dallo Stato svedese, è l’unica al mondo che sorpassi il circolo polare. Essa si lancia attraverso le steppe deserte del nord ed è protetta per tratti lunghissimi da gallerie artificiali affinchè le terribili tempeste dell’inverno non abbiano a seppellirla sotto uno strato di quattro e a volte di cinque metri di neve. Con tutto ciò dall’ottobre al maggio, lungo il tratto che va da Boden a Narvik, cioè dal circolo polare fin quasi al 70º parallelo, nonostante una squadra di oltre un migliaio di operai, impiegata a mantenere libera la linea, non è raro che i treni vengano arrestati dalle tempeste, che in quelle latitudini piombano improvvise e violentissime, e siano quasi sepolti sotto la neve.

Le grandi miniere di Kiruna, il paese delle montagne di ferro, rendono possibile il mantenimento di tale ferrovia, chè altrimenti non potrebbe sussistere perchè l’umanità, per quanto la si voglia sedurre con la visione di una bellezza tragica ed inattesa, preferirà sempre il Cairo e magari l’Equatore alle singolari dolcezze di un paese nel quale la notte si prolunga per tre e quattro mesi, confortata da una temperatura di 40 e 50 gradi sotto zero.

Comunque sia, l’industria che non ha troppe sottili preferenze, visto il proprio tornaconto, ha sfidato le difficoltà maggiori e con la sua tenace gagliardia, con l’ardimento che non cede, le ha superate trionfandone.

Per opera sua ai piedi del Kirunavaara, dove fino a pochi anni or sono non era che il silenzio dell’immensa steppa, è sorta una città di 9000 abitanti (cifra enorme per quelle latitudini) e per opera sua la ferrovia che attraversa la Lapponia meridionale può prosperare.

Tristezze nordiche.