Fra i miei appunti di viaggio trovo la nota seguente: — 5 agosto — Vännäs. — Il cielo è sempre grigio. La vegetazione impoverisce. Fra poco entreremo in Lapponia.

Forse fu la mala ventura che si fece mia assidua compagna, ma il fatto si è che dal giorno in cui sbarcai a Trelleborg, nel punto più meridionale della Svezia, fino al giorno in cui giunsi ad Enontekis e a Kautokeino, nel cuore della Lapponia, la pioggia, il vento e il freddo furono miei assidui compagni. Conobbi l’estate più nella volontà degli uomini che non in quella della stagione. Vidi le signore nelle più ardite vesti estive, nude le braccia e il principio del seno, ma il termometro segnava modestamente 12, 15 gradi e qualcosa più ed anche molto meno. A Stoccolma, ad esempio, alla sera, tempo permettendolo, si andava a frescheggiare su le terrazze aperte dei grandi caffè. Frescheggiare è la giusta parola, perchè non appena seduti, il cameriere si affrettava ad offrirci, oltre alla bibita, una coperta rossa, nella quale era necessario avvolgersi per difenderci un poco dalle intemperanze estive.

Tale non è il clima consueto della Svezia, che gode fama di dolcissimo durante l’estate. Per mia disgrazia io assaporai un frutto di eccezione e lo assaporai tanto più compiutamente quanto meno avevo preveduto un simile cataclisma.

Man mano che procedevo verso il nord i miei poveri vestiti, troppo nostalgicamente italiani, mi dimostravano la loro completa insufficienza finchè, prima un ampio scialle da viaggio, poi un pastrano imbottito, non li corressero in modo definitivo. Data la quale correzione mi fu concesso osservare i luoghi ed i costumi con occhio più tranquillo. Così il 5 agosto 1907, essendosi fermato il Lappland Express alla stazione di Vännäs, scrivevo la malinconica nota.

Avevamo percorso fino allora il Norrland, fra le dense nebbie delle valli ed il pallido sole delle cime. La natura aveva assunto un aspetto di grandiosità severa, ma troppo continua, troppo eguale per l’anima nostra mutevole, che mai non s’appaga perchè educata ad una varietà incomparabile.

Gli occhi nostri facilmente si saziano di un aspetto sì per la rapida facilità di coglierlo sotto tutte le sue linee, come per l’indubbia certezza di trovarne innumerevoli altri dissimili; ora tale facilità e tale certezza nuocciono alla compiuta penetrazione di un paesaggio nordico. Là dove la vita si attarda, dove le cose si fanno oscure e solenni, dove gli uomini hanno un’anima diversa, più tranquilla, più dolce, più profonda, è necessaria a noi una continua moderazione, una vigilanza assidua su ogni giudizio, su ogni moto d’impulso, su ogni repentina impressione; conviene temperare il nostro ardore per bene intendere le cose che pur passandoci da presso non ci sono vicine e l’intimo senso delle quali ci sfugge. A primo aspetto gran parte della Svezia farebbe a noi un’impressione desolatamente monotona, sicchè saremmo tratti, con tutto il garbo possibile, a parlarne come di un paese che si ripete e si ripete senza varietà, quasicchè la natura, esausta dal troppo creare, fosse giunta laggiù con poche idee e le avesse svolte in una continuità che opprime. E questo sarebbe un errore causato da una impressionabilità mal contenuta e dalla luce e dai colori e dai rapporti interamente diversi e disposti in armonie insuete.

Noi proveniamo dalla terra dei contrasti, dalla terra in cui ogni arditezza è possibile, in cui i giuochi delle mezze tinte, delle più tenui gamme di colore, son pur sempre vivi, distinti, apertamente chiari e rilevati. La nostra natura, che ha breve il sonno invernale, si desta nell’ebbrezza primaverile prorompendo come in un magnifico tumulto, impaziente di vivere, di donarsi alla carezza del sole, di espandersi in una festosità piena di ardore. Il dolce miracolo si compie in poche notti quando l’aria raddolca, così come fioriscon le stelle nel sereno, quasi inavvertitamente. V’è giorno in cui gli alberi aprono i loro bocci bianchi e vermigli, in cui le selve, i campi, si coprono della soave veste di giade della primavera, in cui un infinito tremito di vita dilaga in un impeto improvviso quasi per forza di prodigio. A troppa gioia son usi gli occhi nostri perchè possano a tutta prima intendere il lento languore, la profonda malinconia di un paese nordico, colto nella pienezza di una triste estate che non ha autunno e non ha primavera. E tale languore e tale profonda malinconia provengono appunto da quelle indefinibili sfumature, da quei rapporti degli alberi coi pallidi cieli, con le acque dei laghi deserti, con la luce diffusa che li fonde e li tramuta lievemente e li vela e li inargenta, ma appena, in tocchi di una leggerezza a noi ignota. E per questo giuoco sottilissimo, ecco: ciò che pareva uniforme svaria, si moltiplica in mille aspetti, in un seguito di apparenze multiformi estremamente instabili, ma di una triste soavità che rivela tutta l’anima di quella terra dolente.

Ricordo quella corsa ininterrotta attraverso il Norrland con una particolare sensazione di tristezza. Il giorno non finiva mai. Il riposo della notte non c’era concesso.

Verso le dieci di sera il cielo si rasserenò, apparve tutto azzurro. Il sole volgeva allora al suo breve tramonto, tanto breve da essere vinto da una subita aurora che gli si accendeva a lato. Quell’eterna luce mi eccitava talmente da togliermi il sonno. Gli altri viaggiatori si erano già ritirati nelle loro cabine, ero rimasto solo. Ci fermammo ad Asträsk: una piccola stazione in legno in una landa. Nessuna casa io vidi, solo la luce di un lago lontanissimamente. Una linea fulgida; un bagliore in un deserto. Le abetaie eran finite coi monti. Guardai tutt’intorno per quanto era vasto l’orizzonte, ma non scorsi traccia del paese. Asträsk non esisteva, era un nome ed una casa in una infinita solitudine. Le grandi, le forti selve erano scomparse. Incontrammo ancora gruppi d’alberi, ma sempre più miseri e contorti: il circolo polare si avvicinava. A Bassuträsk una bimba scalza, e il vento freddo le faceva tutti rossi quei suoi piccoli piedi, si avvicinò al treno per offrirmi alcuni fiori raccolti lungo gli stagni in quel paese sinistro. Non disse parola, tese la mano verso di me e mi guardò senza sorridere offrendomi quel suo dono con una luce talmente dolorosa, in fondo a que’ suoi grand’occhi di bimba, ch’io non potrò mai più dimenticare.

Discesi, l’interrogai. Aveva un fratello e la mamma; il padre le era morto a Kiruna dove lavorava su le montagne del ferro. Un giorno l’abisso l’attrasse, gli occhi gli si annebbiarono, precipitò nel vuoto, colto dalla vertigine. Da quel tempo esse vivevano nelle terre di Bassuträsk in una casa sola, al limite di una selva, lontana miglia e miglia da ogni altro luogo abitato. Ogni mattina ella, ch’era la maggiore, vestiva il suo piccolo fratello e partivano per la scuola. Percorrevano dieci chilometri, su la neve, durante l’inverno, fra gli stagni nell’estate. Nonostante una notte di tre mesi, l’inverno era preferibile. Allora scivolavano via su gli skidor e dieci chilometri erano un niente.