Scompariva appena il lume della loro capanna che già si intravvedeva fra gli alberi e la neve il lume della scuola. Avevano avuto tre maestre. Una era morta, l’altra era impazzita dalla paura, la terza era sempre triste e parlava della Scania, di un paese lontano dove il sole ritornava ogni giorno.

La scuola era una piccola casa rossa sperduta tra i boschi, le abitazioni più vicine essendo ad otto o dieci miglia di distanza. Del resto in tutta la regione di Bassuträsk sorgevano forse una ventina di case, sparse sopra un raggio di venti miglia.

Le maestre erano giovani e quasi sempre sole. Giungevano dalla Svezia meridionale, dai paesi felici, e poche potevano resistere a tanta solitudine, a quell’isolamento pauroso. Dal novembre alla fine di febbraio scendeva la notte, la terribile notte polare, squarciata solo a quando a quando dalla tremula luce rossiccia dell’aurora boreale. Allora la lucerna non si spegneva mai, non c’era più limite di ore, limite di luci, ma un unico stanco bagliore: quello della neve; ma un’eguale profondità tremendamente muta: quella del cielo oscurato.

Gli scolari restavano poche ore con la loro giovane, grande sorella, poi si levavano, poi ripartivano. C’erano uomini armati di fucili che li attendevano nel buio per riaccompagnarli e difenderli dai possibili assalti dei lupi, e in un attimo scivolavan via, ombre nell’ombra. Si udiva appena il fruscìo degli ski che già eran lontani.

E intorno alla casa rossa, alla piccola scuola fra i boschi, restava la tenebra tragicamente taciturna.

Così delle tre maestre, di cui la bimba mi parlava, una era morta e l’altra impazzita dal terrore in quell’isolamento inumano. Sapevo che la piccola diceva la verità. I giornali di Stoccolma avevan fatto una campagna in favore di queste eroine sconosciute, le quali per uno stipendio, a volte derisorio, accettano un còmpito tanto superiore alle loro forze e ne ritornano quasi sempre condannate alla morte; conoscevo la tragedia oscura e me ne ero appassionato per quella legge di giustizia umana, che dovrebbe sempre vincere la parte meno nobile che è in noi e che ci fa troppe volte meschini; ogni particolare era a mia conoscenza, eppure la storia che mi raccontò con la sua voce fioca la piccola bimba scalza, tanto mi commosse che ne ebbi umidi gli occhi.

Si avvicinava la mezzanotte ed il crepuscolo rossigno era tuttavia nei cieli. Una luce radente illuminava gli stagni innumerevoli: macchie di sangue sulle terre oscure.

Quando il treno si allontanò mi sporsi a salutare un’ultima volta la creatura triste e gentile; triste come i suoi paesi, gentile come i fiori che mi aveva offerti e che serbo ancora. Era ritta sul margine della banchina e mi guardava senza sorridere, agitando le mani in segno di saluto. Sentiva forse nella sua anima bambina, che il vecchio amico di mezz’ora partiva per non tornare mai più, sentiva tutta la malinconica dolcezza dell’ultimo addio! Le anime nordiche hanno una sensibilità affettiva molto maggiore, molto più tenace della nostra; la natura avversa le fa più buone, le spinge ad amare.

Il treno fuggiva rapidamente, ma fin che potei, fin che gli occhi miei ressero alla distanza, rimasi al finestrino a vedere l’ombra della piccola creatura che agitava le mani lentamente, continuamente nell’estremo saluto all’ignoto che non avrebbe incontrato mai più su le vie di questa terra. Poi la penombra crepuscolare l’avvolse, la tenne, la disperse.

Il paese si faceva di ora in ora più fantastico. Ora montagne nude e nere si specchiavano in laghi color di ferro, poi anche le montagne scomparvero. Correvamo per una sterminata landa cinerea, senza l’ombra di un albero. Ad un tratto, siccome ero assorto, udii dietro di me una rapida corsa ed una voce che diceva: