Herr! Herr! Det är Policirklen![10]

La voce si ripetè ad ogni cabina. Il treno fu corso da un improvviso vocìo. Mi sporsi dal finestrino. La landa continuava cinerea, solo ad un punto vidi sopra una grande targa di ferro la parola magica: — Policirklen. — Era un’ora dopo mezzanotte e il sole rosseggiava su l’orizzonte.

Kiruna.

Kiruna, l’unica vera città della Lapponia, appare fra un giro di grandi montagne. Sorge sopra un rialzo del terreno avendo ai piedi il lago di Luossajärvi e numerose paludi. Tre grandi cime sovrastano intorno, segnano il limite del triangolo nel quale la città è racchiusa: il Luossavaara, l’Hauvikaara e il Kirunavaara, quest’ultima significa la vita e la ricchezza della città, perchè è la montagna dalla quale si estraggono ogni anno 1 500 000 tonnellate di ferro.

Kiruna conta 9000 abitanti, in maggior parte operai delle miniere, numero che varia di anno in anno perchè la sua popolazione non è stabile. In generale, dopo una permanenza di due anni, gli immigrati ripartono non potendo resistere alle crudezze degli interminabili inverni polari. Nonostante tutto il comfort immaginabile e le infinite cure stabilite per iscongiurare il male, la percentuale dei tubercolotici è laggiù addirittura spaventosa. Nè ciò può meravigliare quando si pensi che gli operai sono costretti a lavorare all’aperto con una temperatura che varia dai 40 ai 50 gradi sotto zero.

A Kiruna hanno una notte continua di tre mesi, e cioè: dicembre, gennaio e febbraio, alla qual notte corrisponde un giorno di uguale durata nell’estate.

La vegetazione intorno alla città si riduce alle rade boscaglie della betulla nana; un arbusto contorto e risecchito che rinverdisce stentatamente ai primi di giugno per perdere le foglie alla fine di agosto. È l’ultimo simulacro arboreo, l’ultimo tentativo della natura che cede il campo alla morte. Ancora qualche centinaio di chilometri e il suolo non sarà coperto che dal tappeto dei licheni bianchi e gialli, i tardigradi dell’estrema vegetazione, perchè, a crescere, impiegano dieci anni.

Kiruna è tuttavia in via di formazione. Il piano della città è vastissimo, ma solo per metà compiuto. Le scuole vi sono numerose e singolarmente eleganti. Costrutte in legno, secondo i disegni del grande architetto svedese Ferdinando Boberg, traggono dalle tinte vivacissime di cui sono adorne una gaiezza inattesa. L’interno pare voglia far dimenticare l’esterno. Laggiù l’uomo cerca correggere la natura e si circonda a volte di una vera orgia di colori per sognare, per dimenticare.

I villini degli operai sono forniti di tutto il comfort moderno. Non di rado ho veduto le belle stanze di quei rudi minatori adorne di oggetti d’arte. In quella latitudine la casa è l’unico rifugio; è un tempio ed un cuore, onde si cerca rinchiudervi la maggior gaiezza possibile. Vi abbondano i fiori che le donne coltivano con soavissima cura e che crescono esili e pallidi per un vero miracolo d’amore. È il desiderio che li trae dal loro germe, la volontà umana che li costringe a sbocciare; ma le loro corolle non ardono e ricordano come in sogno l’ampia gioia di vivere per la quale si moltiplicano sotto al sole nelle terre felici.

Le vie della città sono tuttavia disselciate; in alcuni punti il terreno serba il suo carattere primitivo: scabro, inuguale, corroso dal gelo. La fretta ha presieduto alla edificazione di Kiruna, città transitoria di lotta e di affanno, nella quale nessuno pensa di restare giungendovi, ma che s’ebbe già una vera ecatombe umana nei nove anni della sua vita oscura.