La ricordo nella notte del 10 agosto, notte crepuscolare immersa in un silenzio altissimo. Partivamo per Kautokeino, si era formata una comitiva di svedesi e di americani, alla quale mi ero aggregato. Non era possibile intraprendere da solo un tale viaggio, venendo a mancare quasi compiutamente ogni mezzo di comunicazione. Era passata da poco la mezzanotte e la sollecita guida ci aveva chiamato a raccolta. Partimmo attraverso le vie della città addormentata. Il sole era dietro ai monti, la luce cresceva di minuto in minuto, ma tutte le case, erano mute, immerse nel sonno più profondo. Si udiva qualche pispiglio a volte, dalle finestre più basse, una voce incerta di bimbo che chiamava i fantasmi del suo sognare e nulla più. Ebbi la profonda sensazione di attraversare una città abbandonata. Quella luce non si associava ancora nella mia mente a l’idea del sonno, del riposo comune. Il piccolo nido umano fra lo squallore pareva convertito in una fantastica città di fiaba, in una delle inobbliabili città dei nostri sogni bambini, prese per incantesimo nei cerchi del silenzio. Un lago grigio, il Luossajärvi, si stendeva immobile sotto le montagne, pieno d’ombra a somiglianza d’una voragine. Non una voce intorno, non un canto, nè un grido. Eravamo assorti allorchè d’improvviso risuonò per l’immensa volta taciturna un rombo ed un muggito. Levando gli occhi al Kirunavaara vedemmo una grande nube di fumo salire pei cieli chiari. Era la montagna che si squarciava urlando per le sue immani ferite. Non tutti dormivano adunque, qualcuno vegliava lassù nelle aspre miniere, qualcuno che non sapeva nè il riposo, nè la sosta, qualcuno che trionfando sull’inimicizia della natura, aveva portato per primo, nell’ombra del deserto polare, il grido, l’affanno, il tumulto della vita moderna: il lavoro.

In quel suo ultimo posto avanzato su la terra, rodendo il cuore della montagna, esso lanciava una sfida al mistero dei cieli profondi. E non mai come allora io vidi l’uomo erigersi di fronte allo spettro del proprio destino e fissarlo negli occhi obliqui e contendergli il suo bene su questa terra, libero alfine, dopo una prigionia secolare, dai vincoli che lo facevano imbelle per l’eterno enigma.

Verso l’interno.

Viaggiando verso l’interno della Lapponia conviene fare due supreme rinunzie: la prima è quella dell’usual cura della propria persona; la seconda è quella del palato. Ciò che si mangia laggiù, toltone rarissime eccezioni, è semplicemente spaventoso. Eppure, quando la fame lo vuole, conviene fare buon viso anche ai famosi manicaretti lapponi, a ciò che quei popoli considerano come una leccornia.

Non dimenticherò mai due cose: il primo caffè che mi fu offerto da una bella pige,[11] ed un budino semplicemente infernale. Il caffè, che fui costretto ad ingoiare, era un miscuglio di caffè, di latte di renna, di burro di renna e di un formaggio in corso di putrefazione, il quale raccoglieva in sè, concentrati in uno, gli odori più innominabili. E il budino infernale era composto dagli elementi che seguono: cervello di renna triturato, sangue di renna, acqua, sego e farina. Una delizia gastronomica da avvelenare lo stomaco di Gargantua.

Accettate queste due rinunzie, vi sono poi le delizie del viaggio che si deve compire parte a piedi e parte in barca, essendo questi gli unici mezzi di comunicazione vigenti in Lapponia durante l’estate.

Tali delizie sono numerose; mi accontenterò di nominarne qualcuna. In primo luogo la pioggia che, almeno durante la nostra permanenza, ci visitò quasi giornalmente; in secondo luogo, nei rari intervalli di sole, le zanzare, vere nuvole di piccole zanzare, molto più piccole delle nostre, che vi attorniano ronzando, avide del vostro sangue, insaziabili, indicibilmente tormentose; in terzo luogo, gli squilibri di temperatura fra il giorno e la notte, o meglio fra il crepuscolo e il giorno, squilibri di 10 e a volte di 15 gradi, tantochè, quando ci si raccoglieva sotto alla tenda, si batteva i denti dal freddo. Dalla prima e dalla terza delizia era difficile ripararci; dalla seconda, e cioè dalle zanzare cercammo difenderci adottando il sistema lappone.

Una bella mattina l’uno fece all’altro una toilette singolare, ci si dipinse il volto con catrame sciolto nell’olio di pesce. Una miscela che ci convertì nella più ridevole comitiva che io mi abbia mai veduto. Nonostante il nostro aspetto orrendo le zanzare non si spaventarono; solo si raggiunse uno scopo: quello di tenerci in olocausto le importune nemiche le quali, dopo averci punto, non potevano riprendere il volo, impacciate com’erano nella miscela della quale ci eravamo cosparsi.

Si proseguì lentamente per una landa deserta ed uniforme, coperta dai licheni bianchi e gialli, fra i quali crescevano rari ciuffi di betula nana. La prima tappa era stata fissata a Sevuvuoma, dove era un accampamento di lapponi. Si doveva percorrere una distanza di 75 chilometri.

Traversammo il lago Jakkasjarvi, livido e nero fra le sue rive piatte, poi riprendemmo il cammino l’un dietro l’altro, seguendo la guida. A lungo andare l’uniformità silenziosa del paese ci accasciava. Ognuno di noi si era taciuto, vinto più da una stanchezza d’anima, da un’intima tristezza, anzichè dal cammino.