L’uniformità ininterrotta mette ad una ben dura prova ogni nostra facoltà di attenzione e di osservazione, finisce per fiaccare, per annebbiare la mente e ci lascia in uno stato torbido dal quale emergono poche idee, che sono sempre le stesse e segnano come gli ultimi guizzi di un’attività che si addormenta.
Ho parlato più volte del silenzio di quelle terre. Noi non possiamo averne che un’idea molto relativa, perchè non conosciamo l’assoluto silenzio. Viaggiando in Lapponia ne conobbi il tragico impero. Tutta quanta la natura era immersa in un silenzio infinito. A volte non si udiva neppure il rumore dei nostri passi. Nè un grido, nè un suono remoto, nè uno squillo, nè una eco, nè un fremito, nulla, assolutamente nulla se non l’immobilità taciturna. Ne eravamo disorientati, sperduti. Ci si guardava, a volte, come in uno stato di sonnambulismo.
Il sole segnava la mezzanotte, e cioè rasentava l’orizzonte, quando udimmo da una piccola altura un forte abbaiar di cani. Aguzzammo gli occhi e una leggera nube di fumo ci rivelò la presenza dei lapponi. Eravamo giunti a Sevuvuoma.
Dopo un breve consiglio tenuto circa l’ora inadatta ad una visita di curiosità e le convincenti ragioni della guida, la quale ci dimostrò che, durante l’estate, i lapponi dormono e non dormono, che non hanno ora fissa di sonno e lo interrompono e lo riprendono a loro piacere, decidemmo di proseguire il cammino e chiedere un’udienza alla piccola tribù.
Salita l’altura, vedemmo su l’altro versante otto o dieci capanne di miserrimo aspetto. Erano capanne coniche, formate da un impasto di torba e di zolle, sorrette da alcuni pali. Un’apertura praticata in alto dava la via al fumo; in basso un’altra apertura triangolare, chiusa da una tela, fungeva da porta. Quest’ultima era talmente stretta da doversi passare a stento e con una duplice operazione di curvatura. Conveniva chinare il capo e doppiare il dorso e poi mettersi di traverso; in altro modo non s’entrava. Qualche lappone era all’aperto, richiamato dall’abbaiare dei cani. Distinsi a tutta prima un vecchio ed un fanciullo. Indossavano il loro costume tradizionale. Una casacca di pelliccia di renna stretta alla cintola, un paio di brache di pelle di renna, una specie di cioce dell’identica sostanza ed un berretto simile ad una tiara, tutto azzurro e terminato da un gran fiocco rosso. Stavano vicini, senza movimento, il capo inclinato sopra una spalla e il viso contratto in una smorfia indefinibile. Ci lasciarono avvicinare fino a pochi passi senza muoversi, senza batter le ciglia, senza modificare quella loro smorfia. Solo ad una parola della guida si scossero e sorrisero. Poco dopo varcai la soglia di una capanna. Appena entrato fui costretto a sedermi in causa al fumo che empiva quella specie di imbuto rovesciato; ma quando potei aprire gli occhi, vidi intorno a me non so quante persone distese promiscuamente su pelli di renna in un arruffio tale di braccia, di gambe, di teste da non poter distinguere ogni singolo individuo. Solo in alto, da una singolar cuna appesa al fusto della capanna, un viso rotondo di poppante mi guardava fra il fumo come una paffuta luna fra le nebbie autunnali. Aspettavo che gli ospiti miei si togliessero dal sonno, nè molto rimasi nell’attesa che, dall’incomposto cumulo umano, vidi sorgere prima una testa, poi un torso, poi una figura completa di donna, la quale mi guardò sorridendo e cominciò a parlare.
Poco dopo la guida mi disse:
— Questa è la madre. Si chiama Anda e ti dà il buon giorno.
Un dopo l’altro sorsero dal comune giaciglio vecchi, giovinette e fanciulli. I giovani erano lontani, avevano condotto le renne a bere il mare, come dicono i lapponi, e cioè ai pascoli estivi. Furono pronti in un battibaleno. La toletta dei lapponi si riduce a poco: quando vanno a letto sfibbiano la cintura della casacca, quando si alzano l’affibbiano, e tutto è fatto. Non si spogliano mai, non si lavano mai, tutt’al più si ungono col grasso di renna, e ciò dà al loro viso rotondo, dai grandi zigomi e dagli occhi obliqui, quella tinta olivastra che non è naturale, ma è semplicemente un risultato del sudiciume. Il loro abbigliamento non varia. D’estate portano la casacca col pelo verso l’interno, nella stagione invernale non fanno che rovesciarla. Sotto la casacca non c’è altro; c’è la creatura come la fece Iddio; solo le scarpe sono imbottite da una specie di fieno che supplisce le calze. Altra particolarità notevole è la pipa. Tutti fumano, vecchi e fanciulli, il bel sesso compreso.
Offrii una sigaretta alla signora Anda, la quale l’offrì a sua volta al poppante, che la masticò senza disgusto.
I lapponi sono fra gli uomini più piccoli del mondo e sono anche fra i più fetidi in causa dell’olio del quale si imbevono. Quella loro tremenda vita nei deserti polari li rende forti e resistentissimi. Pare soffrano rarissime volte di tisi. Curano molti mali interni bevendo sangue caldo di renna e curano il mal di denti fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal fulmine.