Tutta la loro fortuna consiste nelle mandre di renne che posseggono. Dalle renne traggono le vesti e l’unico alimento. Qualche volta mangiano pesce. Il pane è quasi sconosciuto. Tutta la loro vita si riassume in tre parole: la capanna, la slitta e la renna. La slitta principalmente su la quale viaggiano di continuo in cerca di nuovi pascoli.
Tanto a Sevuvuoma come ad Enontekis e a Kautokeino ho avuto occasione di vivere in continuo contatto con tale popolo povero e randagio, e l’ho trovato d’indole mite ed eccezionalmente ospitale. Certo non ebbi a gloriarmi della sua vicinanza dal lato, dirò così, della mia immunità personale. Durante il breve soggiorno a Sevuvuoma, all’ora del riposo, quando mamma Anda mi offriva il posto accanto al fuoco, per riposare (la nostra tenda non era sufficiente a ripararci dal freddo) era con vero terrore che abbassavo il capo su le pelli di renna.
Il rifugio era adattatissimo per dormire, ma il mio terrore era causato dalle bestie che non dormivano. Mi spiegherò meglio citando due indovinelli lapponi. Ecco il primo: — Qual’è il morto che tira fuori i vivi dal bosco? — Il pettine. — Ed il secondo: — Qual’è la creatura che sta più vicina all’uomo? — Il pidocchio. —
Comunque sia, questi scarsi popoli delle lande polari, questi ultimi rappresentanti dell’umanità in una terra estremamente nemica, non vanno considerati solo dal lato umoristico; essi combattono la lotta più aspra e conducono la vita più misera che si possa immaginare su la faccia del globo. Giunti in quelle lande estreme, forse per un destino di miseria, non certo per elezione; scacciati di regione in regione da popoli più forti, cercarono e si ebbero nella profonda notte del polo, l’ultimo rifugio. Secondo le più recenti ricerche etnologiche sembra probabile ch’essi provengano da un grande centro altaico. Emigrarono dall’Asia verso il nord-ovest seguendo il fiume Irtisch o l’Obi e varcando gli Urali. Dire a quale epoca siano giunti in Europa è cosa impossibile. Certo essi hanno perduto, nel corso dei secoli, anche il ricordo di regioni più miti. Nella loro lingua vi sono 20 parole per esprimere il ghiaccio, 11 per il freddo. 41 per la neve e le sue varietà, ma non un vocabolo che significhi cose o fenomeni dei climi temperati.
Anche l’ultimo ricordo, l’ultima tradizione è scomparsa. La loro mente si è oscurata; altro non sanno se non la miseria che li combatte.
Io affaticato lappone ed uomo errante
su le faticose vie di questa terra,
devo pellegrinare per tutto il mondo
e così passare il mio tempo.
Tale è il lamentoso canto del cammino allorchè seguono le renne attraverso alle gelate steppe o lungo le rive del mar Glaciale per centinaia e centinaia di chilometri. Il loro sonno non è mai tranquillo, la loro pace non è mai compiuta, essi non possono riposare nell’assoluto abbandono fidente, dovendo salvare l’unica ricchezza che si abbiano dagli agguati dei lupi. E quanto più infuriano le bufere durante l’inverno, tanto maggiore deve essere la vigilanza loro. Il grido: — Gumpe lae botsuìn! — Il lupo ha aggredito il gregge! — li trova pronti all’inseguimento, fra la turbinosa furia che si scaglia nelle tenebre. Armati di bastone balzano in un attimo dalla loro capanna e si disperdono urlando fra la tormenta. Il freddo, la fatica, il pericolo al quale si espongono non li abbatte; la tragica lotta secolare li ha fatti ferrigni come le ultime montagne della loro terra. Ciò che fiaccherebbe un gigante della Svezia, non turba quella loro piccola persona gagliarda. Essi portano fra gli orrori delle terre iperboree l’ultima voce dell’umanità di fronte al mistero polare.