A Federico De Maria e a Stefano Catalanotti, che primi mi chiamarono alle soglie dell’Oriente, dedico queste pagine nostalgiche di un’anima errabonda.

IL VIANDANTE.

Ricordo sempre. Sopra alla stufa, da un lato, appesa al muro entro una cornice nera e difesa da un vetro era una vecchia lettera stinta, dalla carta ingiallita, dai caratteri chiari.

La stanza era buia ed angusta e la lettera rimaneva tutto il giorno nell’ombra; solo alla sera quando, sopra alla tavola coperta da un vecchio tappeto a maglia, si accendeva il lume a petrolio, il quadratuccio di carta appariva su le pareti illuminate.

Per lungo tempo non me ne occupai; era una cosa abituale nè mi destava maggior curiosità della valvola o dello sportellino della stufa, oggetti che mi erano famigliari in quel tempo più degli uomini e delle loro parole.

Avevo forse cinque anni quando incominciai a guardare incuriosito la reliquia custodita religiosamente. Ricordo che la mamma ne spolverava il vetro ogni giorno e ricordo il nonno che a volte vi si soffermava innanzi pensoso.

Ne nacque in me un rispetto inconsapevole. Credevo si trattasse di qualche cosa prodigiosa ma ancora l’attenzione mia non ne era attratta.

Mi risuonavano bensì nella memoria alcune frasi che sentivo ripetere con frequenza da mia madre:

— .... la battaglia di Mosca mi costa più di duecento zecchini.... —