Talune hanno sul grembo un loro marmocchio giallo come lo zafferano e lo cullano con la stessa indifferenza con la quale masticano l’ambra.

Una piccola beduina tutta piena di medagliette, di ciondoli, di armille, una giovinetta di undici anni forse, se pure ne ha tanti, ritta su la soglia del suo tugurio provoca i passanti. La sua giovinezza è sfiorita benchè negli occhi grandi, cinerei, se ne mantenga il lume. La volgarità della piccola traviata non ha nome; non ho udito mai un turpiloquio simile. In fondo, una sudanese, nera come la fuliggine, guarda accigliata a simiglianza di un vecchio scimmione inciprignito.

Frotte di fanciulli passano da porta a porta ridendo e urlando.

Qualcuna esce ad inseguire un uomo che scivola via ammantato nel bianco burnus.

Un’ebrea che ha un gorgo di capelli nerissimi, seduta su la porta, il capo appoggiato allo stipite in un atto di languido abbandono, canta lentamente accompagnandosi sul salterio che tiene sul grembo. Le sue babbucce rosse sono vicino a lei su la stuoia gialla accanto a una tazza di caffè. Rievoca le nenie de’ suoi remotissimi padri, dei popoli pastori dai quali discende.

Vedo la bianca gola tutta scoperta, tremare nel fremito del canto. Poi mi allontano, mi allontano sempre più verso l’ombra delle vie deserte.

La favola di un cieco.

Rientrando oggi, verso sera, su l’avenue Bab Djedid mi sono imbattuto in un piccolo gruppo di beduini. Erano raccolti sotto un albero, in circolo. Tenevano il volto levato un poco verso il cielo e un sorriso vago, quasi interiore errava su la loro faccia olivigna. Erano ciechi. Forse attendevano chi li guidasse. C’erano due vecchi, tre uomini, una giovinetta e due fanciulli.

Conversavano; mi sono soffermato ad ascoltare. Si raccontavano antiche novelle, favole, enigmi. Il rosso sole tramontava dietro le loro spalle e l’aria era infocata, era come una fiorita di papaveri vermigli.

Il più vecchio, lo chiamavano Salah ben es Sa’ad, ha detto: