Se l’avessero veduta non ne avrebbero avuto maggior ribrezzo di quello che poteva destare quando attendeva ad occhi aperti un ignoto padrone. Il volto imbellettato, biaccoso, rosso di carmino; le sopracciglia unite dal nerofumo, le unghie tinte di henne, le labbra screpolate ma fiammanti come il fior dei gerani, per i sapienti pennelli, non avrebbero subìto oltraggi. Qualcuno si sarebbe affacciato alla porta, una voce bestialmente rauca avrebbe gridato:

— Zubeida?... o Zubeida, destati!... — Poi un fiato grave, le avrebbe ventato su la faccia fredda finchè la lampada, come l’anima di lei, non si fosse spenta per mancanza d’alimento.

La bambola dagli occhi di vetro avrebbe trovato un suo signore per l’eternità.

Ancora per Zubeida come per il vecchio centenne abbandonato in fondo a un cortile, come per cento altri che ho osservato durante il mio peregrinare, l’islamismo è un fulcro di resistenza, un cosciente irrigidimento morale e materiale, una passività tetragona ad ogni assalto. Si annienta la vita per annientare il dolore. È come una morte innanzi alla morte poichè tutti i sensi si ottundono, si addormentano, si annientano; una potenza negativa; un ritorno alla quiete della tenebra. Senza disperazione, senza grida, senza follie convulsionarie la creatura si isola in sè in un suo concetto solo e attende. Prepara le vie alla morte, non ha fretta nè tormento, discende agli ipogei del suo destino.

L’anima nostra turbolenta, instabile, timorosa ne è sorpresa e stupita.

Ho proseguito il cammino chè un improvviso urlìo di arabi sopraggiungenti mi vi ha sospinto. Sorpassato il piccolo arco moresco la lampada di Zubeida è scomparsa. La scena ha mutato aspetto.

Le tane sono successe alle tane, l’una appresso all’altra come le celle di uno strano alveare. L’identico ammobigliamento: un giaciglio, un divano, alcune stuoie, una lampada dalla luce modesta.

I tipi quasi sempre gli stessi. Donne invecchiate anzitempo; truccate, imbellettate, coperte da stoffe vistose, gialle, rosse, verdi. A volte sono in due, in tre nella stessa tana; siedono intorno a piccoli bracieri nei quali ardono profumi, le gambe incrociate, il viso indifferente.

Con la paziente lentezza dei ruminanti masticano e rimasticano una sostanza gommosa profumata, una specie d’ambra che dovrebbe ingentilire l’alito; sono sempre occupate in tale faccenda quando non fumano.

A quando a quando una porta si chiude, una lampada si spegne.