Ella ha rivolto su di me i suoi grandi occhi di vetro; come un’ombra di stupore ha animato un attimo le pupille larghe nella scarsa luce:
— Paura? — e ha alzato leggermente le spalle.
— Ma se passano i soldati ubbriachi?
Ha chinato il viso esclamando:
— Mâchallâh! (Ciò che Dio vuole!)
— E se ti bastonano?
— Inchâllâh! (Se così piace a Dio!)
— Non hai nessuno che possa difenderti?
— Robbi! (Iddio!)
E su tale parola ha taciuto guardando, sul muro del giardino occulto, il bianco rettangolo di luce che la lampada vi proiettava. Chiusa nel suo fatalismo immutabile, radicato profondamente nell’essere suo, fino alle radici della vita; insensibile ad ogni sofferenza fisica o morale, impietrita come la sfinge, simile in tutto a’ suoi grandi occhi di vetro senza luminosità nessuna, il muto fantasma, la carne martoriata, sottoposta ad un vituperio diuturno, trovava nella propria fede l’impassibilità della cosa, la forza inerte della cosa che non vede e non sente e non partecipa e non si addolora. Un bagliore in alto: Iddio; una spessa tenebra intorno. Per lei la morte non era che un fenomeno come il sonno: nè un incubo, nè una liberazione; non l’affrettava col desiderio nè la temeva; quando fosse giunta l’avrebbe trovata sola più che mai (anche se un’ombra fosse stata accanto alla sua sul giaciglio), nè avrebbe penato troppo a trascinarla con sè. Il silenzio della sua bocca non sarebbe stato accresciuto che di un niente: del fruscìo de’ suoi piedi scalzi, immobili ormai.