— Sei sola?

— Sola.

— Non hai figli?

— Ne avevo uno, è morto.

Neppure il ricordo della sua creatura l’ha turbata.

Tfaddal! (Entra, prendi qualcosa!)

Ha mosso l’invito timidamente, senza guardarmi in viso, guardando l’ombra sua sul muro bianco.

Non le ho risposto nè il mio silenzio l’ha sorpresa. Ho veduto sopra un tavolinuccio un vassoio di lacca con alcune mandorle di lukùm[2], ma la prospettiva di doverne inghiottire qualcuna per corrispondere alla cortesia di Zubeida (cortesia disinteressata, d’altra parte, perchè è costume tanto degli arabi quanto dei turchi, anche nelle malinconiche case della lussuria, di offrire ai visitatori qualcosa senza richiedere per questo alcun sacrifizio personale) mi ha trattenuto dal rispondere all’invito.

È trascorso un silenzio penoso, per me non per lei forse che era solita ad ogni più rude rifiuto, poi le ho chiesto:

— Ma non hai paura di viver sola in questo vicolo buio?