Nehârak sa’ îd! (Che il tuo giorno sia felice!)

Ha mormorato l’augurio; ho visto solo un breve tremito delle labbra, ma gli occhi e il viso non hanno mutato espressione.

Le ho chiesto:

— Come ti chiami?

Zubeida[1].

— Quanti anni hai?

— Ventidue.

L’ho guardata meravigliato. Ella non si è accorta della mia meraviglia. D’altra parte chi le aveva mai chiesto simili cose? Forse le apparivo strano come lo sono tutti gli europei agli occhi degli arabi i quali non si spiegano il loro amore al viaggio e alla investigazione.

— Da quanto tempo vivi qui?

— Da quindici anni.