Ne ho osservato una che era sola, sul principio di un vicolo oscuro. Non passava gente in quel punto, ho potuto soffermarmi nell’ombra e sogguardarla. Sedeva sopra una misera stuoia, le gambe incrociate su lo scalino della soglia; appesa all’architrave, alta sul capo di lei, ondulava una lampada e fiammeggiava e fumigava guizzando. Tale intermittenza di luce dava al volto appassito, come la contrazione di un singhiozzo, di uno spasimo dilacerante. Era orribile a vedersi.
A volte pareva si scarnificasse nell’ombra; rimaneva il teschio coronato dai rossi capelli accesi. Poi il moto della lampada si è fatto più lento, è cessato, e allora ho potuto osservare, nella luce tranquilla, il volto della sperduta. La faccia del silenzio, nulla più; un volto impietrito, mummificato, tutto spento.
Chi avesse core di truccare la faccia di una mummia e di infiggere nelle orbite vuote due grandi occhi di vetro otterrebbe l’immagine esatta della donna ch’io vedevo.
L’età? Nessuna. L’età del patimento. Non si poteva numerare gli anni a tale spettro; era su la soglia del trapasso; cominciava la trasfigurazione finale.
Il vicolo era deserto, buio. Sul bianco muro che fronteggiava la tana della donna sola, si apriva, ingrandito più volte dalla luce della lampada, il rettangolo della piccola porta e in quella chiazza di luce che faceva più densa la tenebra circostante appariva l’ombra della sciagurata che attendeva un ignoto e il suo pane.
Nessuna voce: un busso di zoccoli lontano, il suono di una guzla più remotamente; non un suono distinto ma una eco interrotta, malcerta; languida e lieve, sospirata e remota. Intorno, lungo il vicolo breve, nessun altro lume: due archi moreschi, il muro di un giardino occulto, l’incerto biancore di una terrazza sotto alle stelle e l’ombra e il silenzio deserto. Chi poteva attendere in tale solitudine la reietta? da quanto tempo sedeva su quella soglia? Chi, senza sentirne ribrezzo e pietà, avrebbe osato chiederle un simulacro d’amore? Le altre non erano sole; ella non conosceva se non l’incubo del silenzio.
Stava diritta sul torso, immobile, gli occhi muti come la bocca sottile. Dietro di lei era un piccolo giaciglio intatto, coperto da uno sciamma rosso; una vecchia stuoia sul pavimento umido, e, su la parete bianca, tracciata da mano inesperta, simile in tutto ai disegni di certi pazzi, la sagoma di un leone. Una sagoma rossa, grottesca e spaventosa. Riempiva la camera di un terrore fanciullesco, era l’unico, singolare adornamento che apparisse su le nude pareti.
Ho atteso inutilmente un gesto, un sospiro, un nuovo atteggiamento della solitaria; ella non soffriva, non aveva coscienza della propria miseria; il pensiero ed il dolore erano morti in lei, se pure avevano avuto mai un albore remoto.
Le sue guance infossate erano rosse, accese dal carminio. Aveva il colore delle bambole, se non l’espressione dolcemente idiota, quella bambola muta che attendeva un padrone per giacersi con lui senza nulla dire, senza contrastare, impassibile e compiacente.
Sono uscito dall’ombra. Non appena mi ha veduto si è guardata intorno, poi è sorta in piedi lentamente.