Ci si guarda sempre più stanchi.
Vorreste distendervi e non lo potete: avete accanto un grosso ebreo.
Il paesaggio? Sempre lo stesso! Nulla lo anima; almeno voi non vedete nulla; tutto si dipinge del vostro dispetto. Una fila di beduini inebetiti, laceri, sporchi, con la bocca aperta vi guarda ad ogni passaggio a livello. Uno stupore vuoto come la loro bocca aperta; una vivacità simile a quella dei loro dromedari.
Proprio incontro a voi un’araba si affanna a tirarsi le bende sul viso per poco che l’occhio vi sfugga a guardarla.
Per rassicurarla le volgete le spalle e l’occhio vi corre al finestrino senza volerlo.
Ecco: un palmizio spelacchiato, polveroso in mezzo a un’arida pianura; vi pare un fruciandolo; poi lo sgorbio vegetale che si chiama fico d’india: una mostruosità gibbosa, appiattita, contorta, irta di spine come la castimonia di una brutta donna; e qualche marabùt; e qualche beduino rimbecillito nel sole.
Tutto ciò non dà tregua.
Guardate con fissità le reticelle del vagone; porgete la tessera al controllore che viene a bucarvela per la ventesima volta; vi stendete un poco più appoggiando il capo alla spalliera.
Avete trovata la positura favorevole ecco.... nasce l’idea bella che vi conduce al riposo del sonno.
Uno scrollone, un sobbalzo, una spinta. Vi ridestate spaurito.