Bisogna convenire che, fra gli arabi, il sentimento caritatevole non è troppo diffuso.
Un simile spettacolo di miseria muta; un simile orrore di uomini e donne e fanciulli assolutamente disfatti dai patimenti, accoccolati in tutti gli angoli, fra i loro cenci luridissimi non destava l’attenzione di alcuno, non spegneva nè un sorriso, nè una canzone. La carestia è terribile quest’anno, nell’interno sono centinaia di creature che muoiono di fame ma la cosa non commuove i ricchi arabi, non li commuove neppure per lo spettacolo diretto che hanno sotto gli occhi, per la fame che si trascina ai loro piedi languendo. Ci sono abituati; poi: era scritto!...
Se tu muori nell’inedia ed io mi impinguo beatamente di ogni ben di Dio: era scritto.
Nè tu nè io possiamo aver colpa di ciò: Allah vuole così.
Da tale comodissimo sistema deriva l’indifferenza bruta di coloro che muoiono e di coloro che godono.
Il Governo della Reggenza distribuisce grano ai più poveri. La folla si accalca dove si fanno tali distribuzioni. Ognuno reca un suo sacchetto meschino. In prevalenza sono donne e fanciulli e attendono senza impazienza, per ore ed ore, che la porta si apra, poi entrano, poi ritornano con una manciata di grano senza essere nè più contenti, nè più tristi. Può darsi che la disperazione della fame li tragga alla rivolta? Non credo. Potranno sollevarsi domani se qualcuno approfitti del loro fanatismo religioso per trarli al tumulto, alla guerra e allora si faranno uccidere dal primo all’ultimo tranquillamente. Ma la fame in sè, o un concetto astratto non può nè convincerli nè unirli.
Allah ha mandato la carestia perchè l’acqua non è discesa dal cielo per mesi e mesi; essi debbono morire perchè Allah ha deciso così.
E li vedete aggruppati lungo le cancellate o i muri dei fùnduk, accosciati su la terra, il capo raccolto in una piega del burnus, muti, tranquilli, morenti. Il loro volto è tragico, sottile, sparuto come il volto di un asceta, ombreggiato dalla barba incolta, sinistramente vivo per gli occhi profondi.
Hanno venduto i cammelli, i montoni, gli arnesi di lavoro, tutto ciò che avevano, li hanno ceduti per pochi soldi agli strozzini; non resta loro che aspettare la volontà di Dio.
Qualcuno possiede ancora il cammello più vecchio, una bestia pietosamente viva, un alto scheletro dalle immense piote e dalla pelle scialba e l’ha trascinato al fùnduk con l’estrema speranza di trovare un compratore.