Non chiedono l’elemosina, non sanno mendicare, attendono raccolti e stremati che qualcosa giunga: un po’ di pane o la morte.

Sul tramonto si levano e ripartono; ritornano ai loro attendamenti nella campagna.

Li vedo allontanarsi sotto il cielo color sangue. Vanno lentamente senza rivolgersi, ammantati nei loro cenci, solenni; è in realtà una miseria dignitosa, sdegnosa, e vi desta tanta maggior pena quanto più la sentite tale.

Pare che la campagna li inghiottisca nella sua luce di fuoco. Si vedono per la strada polverosa le loro grandi orme uguali. Per le vie di Kairuan o qui, nel quartiere dei fùnduk, vedrete molto difficilmente un uomo mendicare. Se offrite accettano; ma non chiedono. Parlo dei fellàh, dei contadini, non già degli altri che sono petulanti e incontentabili. Vedete mendicare bensì le donne e i fanciulli e quelle e questi non vi daranno tregua e se ne accontentate uno vi troverete circondati da venti da trenta chè si moltiplicano come le mosche e come le formiche.

Petulanti lo sono, ma con gli europei non già coi loro simili dai quali sanno che poco o niente debbono aspettarsi. Se non vedono europei siedono all’angolo di una via e cominciano una loro cantilena monotona la quale non è quasi mai esaudita. Di tale gente seduta agli angoli delle vie Kairuan è piena.

Ho veduto oggi una vecchia; era in realtà uno spettro. Sapendo inutile ogni sua questua aveva adottato un metodo originale: innanzi alle botteghe da fornaio che incontrava su la sua via si lasciava cadere come stremata e, una volta caduta, se la gente non si occupava di lei, si distendeva tutta quanta attraverso la via. Allora qualcuno si soffermava, e con un motto e una risata la rimetteva in piedi e la mandava per il suo destino.

Nessuno le ha dato un pane.

Nel mondo islamitico la pietà ha pochi seguaci.

La folla indifferente non si accorge dei morituri che le stanno intorno; ascolta un novellatore il quale, battendo in cadenza sopra un tamburo, racconta la storia degli Aglabiti; si sofferma sorridente innanzi a un incantatore di serpenti. Due negri battono su certi loro tamburelli cantando, un terzo suona una piccola cennamella, in terra son le borse di cuoio nelle quali dormono i serpenti cobra. Un giovine urlante e strepitante, danza intorno a tali borse e si accosta e fugge invocando il nome di Maometto. Il suo volto è congestionato quantunque riesca troppo evidente la commedia. Alla fine si protende, cauto, afferra i cordoni di una borsa, li allenta, introduce una mano e estrae un serpentello arroncigliato che depone in mezzo al circolo formato dagli spettatori.

Da principio la bestia striscia lingueggiando, inebetita, e l’incantatore le salta intorno urlando sempre più per impedirle di prendere una qualsiasi direzione. Il fracasso musicale cresce di tono, diventa frenetico. Come ne sono storditi gli astanti ne sarà stordito il serpente e tale può essere il segreto dell’incantesimo. Ma ad un tratto la brutta creatura nera pare cambi opinione, si ferma, si leva su la coda, gonfia enormemente le borse disposte alla base del piccolo cranio e assume un aspetto grottesco e mostruoso. Certo il ribrezzo che desta anche senza tale apparato di guerra, si raddoppia. È come una grande pistagna, una improvvisa deformità minacciosa. In tale assetto il serpente si volge intorno, segue con gli occhi il suo incantatore, lingueggia disperatamente, si avventa a mordere ma si ferma a mezza strada.