La musica e folle è convulsionaria. Si inizia un dialogo rapidissimo fra l’incantatore e i suonatori. Si invocano Maometto e i Santoni perchè la cosa abbia ancor più del sopranaturale. Ad ogni nome di santo la folla si tocca la fronte e si inchina mormorando.
È un miracolo. Iddio ha dato al giovane furibondo una potenza sovrumana la quale ora non toglie che il suddetto giovine, scorto fra la folla un europeo, non interrompa ogni cinque minuti il suo incantesimo per chiedergli un altro soldo.
Ad un certo punto il congestionato si getta a terra carponi, urlando sempre, si avvicina lentamente alla serpe che lo adocchia minacciosa, gli arriva di fronte, fissandola negli occhi a un palmo di distanza e la bestia si inarca, prende lo scatto al morso ma ancora una volta si ferma a mezza strada vinta dall’immobile fermezza dell’avversario. Le movenze di lei si addolciscono, cede il lingueggiare, come un irrigidimento la prende; ristà diritta, immobile, impietrita. Gli occhi negli occhi, la serpe e l’incantatore sostano così per qualche secondo. La musica tace; solo dalla folla si leva un “oooh!...„ modulato e prolungato.
Poi l’incantatore afferra la serpe dietro la testa, con un ago la costringe ad aprir la bocca e la porta in giro per mostrare agli increduli i lunghi denti del veleno.
Lo spettacolo è finito e ricomincia con due, con tre, con quattro serpenti finchè un po’ di luce sia ancora nei cieli, finchè qualcuno resti a gettar qualche cosa.
Mi allontano. Nelle immense campagne appaiono minareti neri. Il cielo è di fiamma.
Passa un bahlul, un uomo coperto da una sola camicia e sporco come non lo sanno essere che gli uomini. Il bahlul è quella specie di serio imbecille il quale serba la castità, non lavora, non si occupa di nulla, non si lava, non si veste, non si pettina, non parla, non sa niente, non si occupa di niente: dorme e cammina. Mangia se gli danno da mangiare, ma glie ne danno sempre perchè è un bahlul. Un sorriso ebete gli piega le labbra. È pieno di pidocchi ma tollera in santa pace tale delizia. Il popolo lo ama, lo crede divino per la sua lercia imbecillità e così sia! Entro in città, entro nella discreta penombra delle vie. La folla dilegua, son quasi solo. Ogni tanto colgo un dialogo sommesso o mi incrocio con un bimbo che rasenta il muro. In un vicoletto, una donna velata parla piano con un giovine. Trascorrono bianche ombre silenziose. Un abbaiare di cani dietro le porte, un gatto che guizza via improvviso e silenzioso, un uscio che si chiude, un busso di zoccoli che si allontana, ecco la vita di queste vie strette e buie. A grandi distanze qualche fanale rompe l’oscurità.
Seguo il noto cammino fino alla porta saracena, alla rossa porta dalla quale due grandi occhi mi spiano ansiosi, gli occhi di Chadliia, la tutta amorosa.
Una sera avevo lasciato l’uscio dischiuso ed ella entrò e si tolse il velo dalla faccia. Aveva sette piccoli cuori dipinti sul volto e sul seno, sopra la pelle bruna.
Mi guardò con un sorriso triste. Rimase con me come una rondine sperduta.