Il mulino.

Un antro polveroso e buio; si ode il tinnire assiduo di un campanaccio, un tinnire ritmico misurato sopra un passo uguale. Mi soffermo e aguzzo gli occhi per la tenebra. Non distinguo sul principio, fra il pulviscolo bianco che aleggia per l’aria, se non un fioco lume appeso ad una trave e un’aureola breve che gli fa ghirlanda, poi intravedo due ombre.

La prima è quella di un uomo il quale, accoccolato sopra un muricciuolo, pare legga; la seconda è quella di un mulo bendato che gira lentamente a muovere una pesante mola. Distinguo pure, su la polvere bianca, l’esiguo cerchio del suo andare. Esiguo sì, ma non tanto ch’io possa vederlo distinto. A quando a quando, sotto il suono intermittente del campanaccio, la bestia bendata esce dalla tenebra e vi rientra.

Alle porte di Sfax.

Sfax. — Lavandaie.