— E mangiò l’arancio.

Questa è la giustizia.

Selìma.

Vorrei narrarvi la novella di Selìma che ho udita l’altra notte in una di queste enormi pianure circondate dai colli. Eravamo intorno al fuoco; un vecchio beduino cominciò a parlare e raccontò la novella salace della quale vorrei farvi compartecipi se sapessi ammantarla di ben sette veli. È riccamente poetica ma tanto scabrosa che temo possa allettar troppo i difensori della morale. È immaginata da un popolo immaginoso e voluttuoso il quale se si corregge un poco nella sua letteratura, è, nella comune parlata, terribilmente osceno.

Il Boccaccio o il Lasca che novellavano ad uomini sani i quali da tali storie non traevano che il senso ridevole l’avrebbero narrata bellamente senza timori; noi siamo troppo viziati per ascoltare con tranquillità. Ma ecco la novella.

In una tribù dell’interno, verso il deserto viveva un tempo Selìma, bellissima giovinetta, desiderata con ardore furibondo.

Un giorno vennero a mancarle il padre e la madre ed ella rimase unica padrona delle immense mandre che andavano pascolando all’intorno e padrona del suo destino.

Dormiva sola sotto la ricca tenda, sul giaciglio coperto da pelli di leone e una vecchia schiava ed un eunuco vegliavano il sonno di lei.

Il tempo trascorreva senza ch’ella si concedesse ad alcuno.

Era superba, ardita, dominatrice e bella e lontana quanto la stella polare. Disprezzava gli uomini schiavi, gli uomini che la guardavano col desiderio della bestia e non sapevano dominare l’istinto.