Da quel tempo gli scrupoli suoi furono anche minori, se ciò era possibile, e siccome natura lo aveva fatto di solida tempra ed egli poteva tranquillamente non dormir le notti, mangiare poco e a furia, resistere per giorni e settimane, alla baraonda dei mercati senza risentirne stanchezza, non si risparmiò. Volle da se stesso il massimo sforzo per il maggior risultato e l’ottenne. In pochi anni la sua fortuna decuplicò e siccome il denaro, fra le sue mani, ad altro non serviva se non ad accrescersi di continuo, Ceccone dall’Orto si trovò a possedere, su la sua cinquantina, quattro milioni e mezzo. Ma il patrimonio accumulato non gli fece mutar gusti nè abitudini; egli rimase il rozzo bifolco che era il giorno in cui aveva gettato la marra e abbandonata la famiglia per seguire il suo destino dissimile. Come non mutò la foggia del vestire e la casa e sempre fu contento della sua cacciatora di mezzalana e del suo stambugio disadorno fra i campi, così i desideri suoi non si accrebbero per altre vie. Gli era gioia spadroneggiare pei mercati, far ribotta quanto più sovente poteva, cambiare le sue grosse amiche gioconde che non conoscevan sospiri. Non aveva famiglia. Gli eran compagni, nella casa solitaria, due garzoni e una cuoca. La stalla e la cucina erano le sue sale.

Ottuso ad ogni sentimento, di qualsiasi natura esso fosse, non aveva provato mai commozione nessuna nè per sè nè verso i suoi simili. Amava la sincerità brutale; le cose che hanno un volto e una parola cruda. Pel resto la sua nativa diffidenza di bifolco e di mercante si esplicava nel suo immutabile riso.

Assediato dai suoi parenti, che il suo patrimonio cospicuo faceva delirare, Cecco dall’Orto rideva; perseguitato da ogni sorta di gente, losca nella sua umile devozione, non ne era vinto. Nessuno mai aveva avuto da lui un solo scudo. Ceccon dall’Orto rideva.

Tale era il re delle sonanti adunate, l’astuto bifolco squadrato a gagliardia; gran mangiatore e grande amatore al cospetto dei compagni suoi bercianti che sempre gli erano da presso.

Ora egli non pensava alla morte più che non pensasse a impoverire e benchè i parenti suoi innumerevoli sempre gli stesser d’intorno, quasi a ricordargli la fragilità della sua materia, non eran riusciti tuttavia a far sì che padron Cecco testasse. Egli sapeva che le sue amiche e le genti alle quali dimostrava qualche simpatia erano osservate, circuite, minacciate chè, nel novero dei suoi parenti, v’era qualcuno del suo conio, pronto a qualsiasi prova pur di riuscire dove mirava; sapeva che ogni sua parola detta era vagliata e soppesata, che ogni ora della sua vita era a conoscenza de’ suoi devotissimi aguzzini, che non poteva far cosa che non fosse risaputa e tutto questo in attesa della sua bene augurata morte; ma non mutava volto nè anima, nè la giocondità di lui era per annebbiarsi menomamente. Anzi il giuoco lo divertiva. E se qualcuno fra i più arditi gli faceva osservare talvolta che un uomo dell’età sua avrebbe dovuto pensare a disporre de’ suoi beni, rispondeva ridendo:

— Fra tutti voi, davanti alla morte, io mi chiamo Ultimo!

Ora quel giorno, dopo aver fatto ribotta con i mercanti amici suoi, se ne stava seduto, verso sera, innanzi alla tavola apparecchiata attendendo che Carlotta ritornasse dall’orto e gli apprestasse la cena, quando udì qualcuno che si rimuoveva sotto il portico. Non vi pose mente. La porta era spalancata, ma padron Cecco non levò gli occhi a guardare. Pensava ad un suo nuovo raggiro. Così non badò a chi entrava nella cucina e solo alzò il capo quando udì la voce di Carlotta dire:

— Oh!... Come mai vi si vede, Gilda!...

Allora guardò dall’altro lato della tavola e si trovò innanzi la donna che l’aveva seguito furtivamente quando ritornava dal mercato. Vestiva sempre il lutto, aveva la pezzuola nera sul capo e gli occhi suoi grandi fiammeggiavano di sdegno.

La Gilda non rispose a Carlotta. Guardava Ceccone dall’Orto, fissamente.