Quando vide il disastro, si portò le mani ai capelli, senza far parola. Anche i tre norcini guardavano, allibiti. Durante il loro sonno qualcuno aveva disciolto i mastini e aveva aperto l’uscio della cucina. Le bestie affamate non avevano chiesto di meglio per darsi alla devastazione. Ora non rimaneva di tutta la faticata opera notturna se non uno sconcio tritume sparso qua e là per terra, sulle tavole, presso la cenere del camino.

Il giorno non era nato ancora. Appena si vedeva un po’ di chiarinella all’estremo levante. E nevicava; nevicava a dolco, a fiocchi serrati, fra un grande silenzio. Ed ecco che, dal silenzio, all’improvviso si levò, leggero e delicato, un canto di voci argentine di bimbi e di fanciulli. Giungeva dall’altro lato della corte, dove erano i magazzini e le stanze disabitate nelle quali dormivano i braccianti alla buona stagione.

Padron Serafino si inorecchì, volse il capo, domandò:

— Che cos’è questo?

I tre norcini si strinsero nelle spalle senza rispondere.

Il canto si levava, con nostalgica dolcezza, dal gran silenzio, e pareva lontano, pareva attraversasse tutto il cielo per giungere fin là, o superasse le volte di un chiuso tempio deserto. Era un’aria antichissima, un motivo liturgico, sacro a Natale ed ai fanciulli dai tempi dei tempi.

Padron Serafino mormorò:

— Cantano la pastorella!

E i tre norcini:

— Sì.