E Maiore e Pietro e Benedetto utilizzavano il vecchio in tal modo, contenti dell’opera loro e di quel qualsiasi utile che ne ritraevano.
Erano costoro tre uomini scalati come tre canne di una zampogna, ma di uguale tipo e di anima uguale, se ben poteva dirsi anima il vago baglior di vita che appena schiariva la loro grossezza. Ridevan di nulla così come il minimo suono s’ingigantisce nelle stanze vuote, l’un dopo l’altro con la bocca aperta e gli occhi tondi: avevan quella semplicità la quale confina con l’ebetudine, ma solo fino al punto in cui non entrasse in gioco il loro tornaconto.
Infaticati come la bestia a coltivare il campo e la vigna, consideravan sè stessi a simiglianza degli altri, a seconda dell’utile che potevan dare, nè avevan tolto moglie perchè più pane avrebbe consumato una donna che non ne avrebbe reso. Così conducevano la casa da soli, compiendo ogni opera femminile, perfettamente.
Nel contado li chiamavan gli Scalzi e infatti fino ai giorni del più rigido inverno andavan scalzi e solo allora infilavano gli zoccoli quando la neve era per le vie. Nè possedevan mantelle a ripararsi dai rigori del gennaio, nè ferrajoli, nè altra veste che non fosse una pelle di pecora la quale avevan cucita alla meglio e che infilavan sulla giacchetta a volta a volta, chè ne possedevano una sola.
Il loro mondo era in tale avarizia, all’infuori della quale nessuna cosa più li toccava o li commuoveva e non sapevan che ridere.
Così quando padron Veli, il padre loro venerando, fu ridotto fra il letto e la sedia, incapace a qualsiasi opera, i tre Scalzi sentirono appesantirsi sull’anima loro la nube di quella vecchiaia dannosa e, tardando la morte a render giustizia, strologarono nel pensier loro il modo di far servire a qualcosa il malato.
Fu Maiore che una mattina, all’alba, levato col canto del gallo, disse a Pietro:
— Prendi il vecchio e portalo con te.
— Dove?
— Nel campo.