Vituperio e Scampoli allibirono. Piedipiatti disse:
— Torniamo indietro.
Vi fu un momento di scompiglio e ancora le masnade dell’amore non si erano rifatte dalla loro sorpresa che una seconda frotta di Tonti, armati di randelli, sbucò da un vicolo, assalì i pacifici Borghigiani e Sobborghini e, senza che essi potessero reagire, li conciò nel più malo modo possibile.
La rotta fu vergognosa e disperata. E da quel giorno, per il dolce volto di madonna Pace, la Guerra non fece che un inchino ai suoi vecchi messeri e cambiò luogo se non cambiò costume.
Borghigiani e Sobborghini furono alleati contro i Tonti, tanto è vero che tutto è parziale al mondo e l’universalità è una utopia.
LO SPAVENTA PASSERI.
Seduto in mezzo al campo, presso la croce di canna elevata a porre il seminato sotto la protezione del Signore, lo squallido vecchio aveva a quando a quando un rauco grido e levava a stento un suo vinciglio, fra le mani anchilosate. Incurvo il mento sul petto, tutto pervaso dal tremito della paralisi, attendeva al suo còmpito dall’alba al tramonto, da quando i passeri scendevano dai loro rifugi fino all’ora in cui vi ritornavano con un frullo, mentre suonava un’Ave.
Era il tempo dell’estremo autunno, chè novembre traeva l’invernata dai cieli preclusi, con le nebbie, le brine e le burrascose furie di Borea. Anche i pettirossi se ne andavano con le ultime foglie e le nostalgiche voci delle giovinette cantavan la leggenda di Solicello che muore impigliato fra i roveti.
La terra si mostrava ignuda fra zone di basse nebbie o nei magici bagliori della galaverna. E fra le nebbie e la galaverna, sotto l’esigua croce di canna, rattrappito, bistorto, ravvolto come un ramo secco, padron Veli attendeva la sua morte in mezzo al campo seminato. Nè pregava Iddio che l’affrettasse, nè vedeva cosa che gli paresse ingiusta anche in quella sua postrema sofferenza.
Vegeto e sano aveva sempre pensato, come i suoi tre figli, che tanto ci si può prender cura di un uomo quanto utile può rendere; ed ora che si vedeva immobilizzato dal male su di una sedia, più gli sarebbe parso atroce essere come l’aratro arrugginito o come lo stollo fracido che non regge il suo mucchio anzichè giovare, in quel modo che poteva, a coloro che avevano preso il posto di lui. Così s’illividiva sotto i plumbei cieli tranquillamente, levando a quando a quando un rauco grido o il rossigno vimine a spaventare i passeri che non vedeva ormai più perchè gli occhi suoi non gli mostravan del mondo se non un’immagine smorticcia, una teoria di fantasmi evanescenti dall’ombra densa.