Padron Veli capì solo allora che cosa gli preparavano e non si dolse della cosa, come non si sarebbe dispiaciuto anco se l’avesser sepolto.
Come fu seduto, Maiore gli disse:
— Voi siete quasi cieco ma non importa. I passeri avranno paura di voi. Badate al grano. Se avrete fame vi ho messo il pane in tasca. Qui c’è la fiasca dell’acqua. Verremo a prendervi questa sera.
Padron Veli non parlava più e non potè rispondere; continuò a tremare, la testa inchiodata al petto, le braccia penzoloni. Ma per quel che capì fu soddisfatto. Maiore si fermò à guardarlo. Disse a Benedetto:
— Va a tagliare una rama.
Benedetto andò in un filare e tornò con un vimine rossigno. Maiore lo pose nelle mani del vecchio e disse ancora:
— Tenete questa rama. Vi farà buono per i passeri!
Poi raccolse la marra, Pietro e Benedetto fecero similmente e senza rivolgersi se ne andarono all’opera loro.
Padron Veli rimase in mezzo al seminato col suo vimine sanguigno. Su le prime non si rimosse, stette con le braccia abbandonate, istupidito, senza saper come eseguire degnamente il compito nuovo, chè nulla vedeva se non l’ombra degli alberi, sul cielo, e un mare grigiastro ed uniforme; poi a qualcosa che trasentì e che non seppe comprendere nell’ombra sua moritura, mandò un grido rauco e levò il vinciglio e così fece e continuò fra lunghe pause finchè giunse la sera e lo riportarono via.
Il nuovo costume non fu più dimesso. Ad ogni alba gli Scalzi partivano col vecchio paralitico e ritornavano col tramonto. E fra le ultime foglie che le raffiche si portavano via frullando, fra lo strido dei forasiepe, l’argento delle brine, il grave aduggiarsi delle nebbie Padron Veli attese la sua morte che non poteva mancare.