Ma egli era di salda radice e il freddo e l’umido e la nebbia e la pioggia non l’abbatterono. Anche quando scendeva sulla terra la caligine livida, sì che non vedeva la cinta degli alberi, i tre Scalzi che lavoravano nel campo vicino, udivano uscire dal fitto velo della foschia il grido del vecchio; e pareva giungesse di tanto lontano che già la morte l’avesse serrato e condotto giù per le sue fosche contrade.
E Maiore diceva alludendo al vecchio:
— Lavora bene!
E Pietro e Benedetto assentivano.
Poi giunsero le piogge e il còmpito di padron Veli parve esaurito. Dal primo giorno in cui il cielo si oscurò per non aver più sole il vecchio fu posto in una panca, vicino al focolare spento. Faceva freddo, ma in casa degli Scalzi il fuoco non si accendeva mai se non per cuocere le vivande. Quel giorno non v’erano vivande da cuocere e padron Veli tremava presso la cenere del focolare e aveva il volto illividito come quando sedeva in mezzo al seminato, fra il turbinìo del vento. Gli occhi gli si erano ormai chiusi e non udiva intorno che il ronzìo cupo delle sue stanche vene. E quel ronzìo gli figurò lo svolare e il pigolar dei passeri fra la sementa. Alzò un braccio, ad un tratto e mandò il suo rauco grido.
Maiore levò il capo di su lo spianatoio e si volse a guardare. Così fecero Pietro e Benedetto, ma non corse parola. Dall’angusta finestra chiusa da un’impannata, entrava appena uno scialbo livore di luce. E, fra i colpi del telaio, si udiva il gran pianto del giorno senza sole.
Fu una pausa durante la quale Padron Veli continuò a tremare nella sua solitudine moritura, poi con lo stanco gesto del braccio il suo rauco grido empì di nuovo la stanza.
Benedetto ristette, la spola in una mano, e domandò:
— Che ha il vecchio?
Disse Maiore: