— Che cosa ti hanno detto?
— Nnnn.... nniente!...
— E allora?
— I mmm.... i m’ha piciè!... (Mi han bastonato!).
E tale fu lo spavento del poveruomo che, dismessa l’arte sua canora, non solo non salì più sul campanile, ma nemmeno si accostò alla chiesa. E l’ultimo fedele era esulato.
Don Pietro fece suonar le campane da Costanzina, ma sempre più timidamente, qualche tocco alla sfuggita, nelle ore del giorno più quiete, più deserte, più innamorate del sonno. Allora la vecchia Costanzina si inerpicava fra le tele di ragno per le vecchie scale a piuoli, cricchianti, pencolanti, polverose e, giunta al piano delle campane, avvertiva (chi avvertiva mai?) che l’alba era nata, che il giorno se ne andava, che in una piccola chiesa in rovina un vecchio fanciullo cantava l’Angelus alle immagini del suo Dio e all’ombra de’ suoi sogni, o officiava solo per i morti che erano sotto il pavimento, ricordati dalle lapidi, vivi soltanto per le consuete parole incise su la pietra.
Ma no. Per qualcuno ancora si schiudeva la porta del piccolo tempio, una volta la settimana, innanzi che fosse giorno.
L’alba della domenica aveva le sue fedeli. Tre vecchie che giungevano da tre casolari lontani, che si incontravano per via, che indossavano, solo per la messa, le loro vesti migliori, e parlavan piano quasi fossero spiate da cent’occhi nemici.
Giungevano alla porta socchiusa. Costanzina le aspettava. Entravano insieme scambiando qualche parola. Su l’altare si accendevano due soli ceri, proprio all’ultima ora perchè non si consumassero troppo, e di fronte a un crocifisso, su la sacra pietra disadorna, senza fiori, senza candelabri, senza dorature, senza cornici o tovaglie, o qualcuno dei tanti arredi che adornano gli altari, nella più povera semplicità don Pietro iniziava il sacro mistero. Costanzina serviva la messa. Iddio le avrebbe perdonato! Balbettava le frasi latine malamente. D’altra parte fra don Pietro e lei poco sapevano che si dicessero, ma la fede era grande. Grande la fede e serena; Iddio scendeva fra di loro, nella chiesuola dalle pareti scalcinate, dalle imposte cadenti dalle quali entrava il rovaio e entravano le rondini in primavera. Da principio erano giunte con uno strido riacquistando ben presto la serena libertà dei cieli; ma poi si erano fatte più ardite e prima una, poi dieci e venti avevano plasmato il loro nido fra le travi scoperte.
Costanzina se ne era accorta una mattina mentre era intenta a rassettare alla meglio la chiesuola. Avvertiva sì, da un po’ di tempo, lo stridere troppo frequente delle sorelle nere, ma non aveva pensato mai a levar gli occhi. Si sa, senza vetri alle imposte, in quella povertà estrema nella quale vivevano, non potevano pretendere di non aver le rondini in chiesa; ma quella mattina volle il caso che una rondine le lasciasse cadere proprio su la fronte come una tepida goccia.