— Se ci sono lasèli ste.... lasciatele stare, povere bestie!... Il Signore ce le manda!... Coiòmberi!... Sono tutte pudicizia!... Dove volete trovare una bestiola più inonorata, più specifica.... cm’as disal.... come si dice?... più procace della rondine?... Saranno un addobbo, non le toccate.
— Jèso!... (Gesù!...) — fece Costanzina; ma i nidi delle rondini non furono tócchi.
Così voleva don Pietro, la piccola formica di Dio, e così fu, chè Costanzina aveva una grande venerazione per il vecchio sacerdote e non avrebbe compita mai cosa contraria alla volontà di lui.
E sta il fatto che, sotto le travi adorne di nidi, inginocchiate su la nuda terra, nell’ombra antelucana, appena vinta dal bagliore di due ceri, la santa domenica tre sole vecchie, le ultime, ascoltavano il divino mistero.
Francesca, Palmina e Mariòla: si chiamavano così.
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E queste tre vecchie avevano l’aria di cospiratrici. Si levavano piano piano innanzi che il gallo cantasse, aprivano l’arca, si vestivano al buio e, imbacuccate entro le pezzuole nere a righe bianche, le scarpe in una mano, scendevano in peduli per non far rumore.
Gli uomini dormivano; il cane, su l’aia, le annusava e le lasciava partire al loro cammino, ritornando alla sua cuccia dentro il pagliaio dello strame.
Eccole all’Incrociata dell’Olmo. Erano puntuali. Sbucava Marióla dalla viottola dei Calza che Palmina era già presso la cappelletta votiva del quadrivio e Francesca giungeva per il campo dei Balestra.
La chiesuola non era su la via maestra, era in mezzo ai campi, al termine di una straducola incassata fra siepi altissime. Vi si internavano tutte tre camminando a paro e parlucchiando della stagione, degli uomini, dei tempi e della loro malinconia.