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LA PACE.

Erano due brigate, due parti in eterna contesa come chi dicesse il fuoco e l’acqua. La vita in comune non poteva essere accettata con sopportazione. Dove appariva un piccolo Borghigiano c’era sempre un piccolo Sobborghino che s’incaricava di fargli i versacci o viceversa. E la cosa era vecchia quanto l’anima dell’uomo, nè accennava a tramutare. I cronisti più antichi parlavano dei Borghigiani e dei Sobborghini e narravano come le loro fraterne lotte finissero tanto sovente con morti e lutti, che i capitani, i podestà, i signori del popolo avevano emanato a più riprese leggi e bandi e divieti per far cessare l’ebdomanaria impresa, ma invano.

Tanto i Borghigiani come i Sobborghini erano innamorati dei loro ludi, delle bellicose tradizioni, degli odî inveterati e non potevano nè sapevano farne a meno. Così, oltre il volere dei reggenti, di secolo in secolo, giù per i millenni l’usanza si era perpetuata e ancora, per quanto i nuovi tempi e le freschissime dottrine avessero attenuata l’antica asprezza dei rapporti, non v’era Borghigiano che non nutrisse un velato disprezzo per un Sobborghino e viceversa. La medaglia era identica su le due facce.

Ho detto imprese ebdomanarie e usava infatti, al tempo degli arieti e delle catapulte, al tempo dei castelli e dei fossati, usava che alla sera di ogni sabato, piacendo al buon Dio, una brigata di Borghigiani si imbattesse in una brigata di Sobborghini, dato il quale incontro e la lièta disposizione degli animi ne nasceva tale intesa fraterna che l’una brigata si lanciava sull’altra e, perchè non vi fosse dubbio su l’intenzione, si affrettava a suonar certi colpi, a sferrar certe mazzate, a picchiare con tanta foga e sì dolce ardimento che il campo risuonava in breve di strida e di urla e di incitamenti e di imprecazioni. Scorreva il sangue. Qualcuno cadeva. Il rumore era grande. E quando le parti parevano soddisfatte si separavano e ciascuno si portava via i propri feriti. Seguiva una tregua fino al sabato venturo, nel qual sabato, piacendo a Dio, si ricominciava la sinfonia.

Da che derivasse la gioconda consuetudine nessuno sapeva e men può saperlo la critica moderna. I cronisti sono oscuri; narrano e non ricercano. Gli archivi non hanno rivelato mai documenti che lumeggino il problema. La tradizione popolare canta le sue gesta ma non si occupa della causale delle medesime. Buio perfetto adunque e nel buio le due brigate che menavano le mani nei secoli dei secoli, in tutti i costumi, sotto tutti i Governi, nonostante tutte le proibizioni.

La città che non nomino ma che ha d’altra parte molte consimili fra l’Alpe e i due mari, godeva adunque, da immemorabile tempo, del giostrare de’ suoi due sobborghi e per tali giostre andava nominata nei dintorni e nelle lontananze. Si sapeva, ad esempio, che il dialetto dei Borghigiani non assomigliava affatto al dialetto dei Sobborghini, pur vivendo entrambe le brigate entro i confini di una stessa fossa; correvano per il mondo circostante, come corrono tuttavia, benchè l’antico spirito sia ormai cosa morta, i lazzi e le burlesche calunnie di cui l’una parte si compiaceva di adornar l’altra e viceversa. I Borghigiani avevano, ad esempio, nel loro rione un magnifico campanile a cono, alto settantacinque metri e più, tanto che imperava su tutti i compagni della città. Tale campanile ridestava il loro giusto orgoglio. Ora siccome i Sobborghini non ne avevano uno compagno da poter opporre e si vedevano impossibilitati a rapire quello dei Borghigiani, andavano narrando a beffa che costoro per far crescere il loro campanile ogni anno più, venivano concimandolo ad ogni autunno coi frutti di tutte le stalle del rione tanto da accumulargli intorno una montagna di letame poi come con le abbondanti piogge autunnali il letame scemava, lasciando sui muri la traccia del suo antico livello, i Borghigiani si adunavano a festa e facevano suonare tutte le campane, e danzando e cantando e trepestando gridavano: