Allora Calandra alzò la grande mano noccoluta, si calcò su la nuca il cappello, che il solfato di rame delle sue viti aveva stinto e ritinto, sputò di traverso e disse, ma placidamente:

— Vacca!

E l’ira sua fu compiuta.

La Checca non c’era più; la strada divenne silenziosa dall’un capo all’altro; Calandra ricadde nella sua immobilità di vegetale che dalle soglie del non essere si affaccia alla vita. Avvertì tuttavia il malo odore e il fitto ronzìo delle mosche, udì il grido di un bifolco a’ suoi bovi, da un prossimo campo, e i tocchi delle ore dalla torre del Palagio. Non voleva darsi la fatica di contar le ore, ma le contò senza addarsene. L’orologio della torre aveva suonato il tocco e un quarto; poteva dormire ancora; ma in quel che ridiscendeva verso la profonda beatitudine del riposo, eccoti lo Scancio che giungeva cantarellando lungo la riga d’ombra.

Calandra chiuse gli occhi e non si rimosse.

Lo Scancio era il garzone dei Falistri, un giovinastro cane che non avrebbe portato rispetto neppure all’anima santa di una madre.

Il Calandra non lo temeva, per vero dire, perchè egli non aveva che un timore al mondo ed era quello di Dio; ma la presenza dello Scancio gli dava sempre un malessere inesplicabile, un fastidio inespresso che lo lasciava scontento. Attese senza levar la testa. Lo Scancio si fermò all’osteria del Moro, parlò sommesso, dalla strada, con qualcuno che era oltre la porta, rise forte e proseguì.

Ora Calandra fingeva di essere preso dal più pesante sonno. Lo Scancio gli gridò:

— Buon riposo, Calandra!

Il bifolco non rispose.