— Bene. Arrivederci, signor parroco.

— Dove vai?

— Alla vigna.

— A quest’ora bruciata?

— Sì.

Si separarono.

Ora Calandra ci vedeva chiaro. Nel mondo della sua angusta coscienza si erano venute formando una convinzione e una risoluzione; le parole del parroco avevano diradate le gravi nebbie. Calandra sapeva la propria strada. Era disposto ad agire perchè riteneva che tale fosse il suo còmpito e nessun altro; ma, nel cuor suo piccolo di bove dai placidi sensi, non era turbamento di sorta. La passione, la gelosia, l’offesa dignità di marito trascurato fino all’ultimo limite non avevan parola che lo commuovesse. Egli avrebbe, con tranquillità in nulla diversa, fermato un bue tragiogante o un gagliardo ladro nella sua florida vigna. Non che l’Amalia fosse una vigna per lui, anzi non era ormai che una maggiatica, una terra in riposo, chè la sterilità di lei glie la faceva maledetta da Dio; ma capiva che l’Amalia era sua come la terra e l’aratro e la sua solida marra e il letame.

Tagliò frattanto, da un querciolo, un suo solido randello e, quando fu presso la vigna, prese una via traversa e preferì aprire un varco nella siepe anzichè entrare dal cancelletto di spine. Ogni cosa era immota nell’accasciante calura. Disseccate le fonti, inariditi i torrenti, la terra si distendeva intorpidita e riarsa fra lo stridere di un mare di cicale.

Calandra proseguì carponi. Era sotto la siepe. Ora aguzzava i piccoli occhi di cane e stava su l’intesa se gli giungesse la voce degli adulteri. E se non c’erano? E s’egli avesse dovuto forzare la sua faticata siepe per nulla? Non si udivano che le cicale, quelle maledette cicale che pareva stridesser più forte tanto da coprire ogni altro suono. Scoprì finalmente, più presso la proda del fosso, un piccolo varco nella siepe, un varco aperto dai polli e dai cani, ma tanto piccolo che appena vi sarebbe passato un fanciullo. Calandra non vi badò; troppo gli sarebbe stato penoso dover aprire la siepe in un altro punto; si distese, infilò la testa nel vano, fece forza di braccia, puntò, cercò di inarcarsi, ma le spine gli entravan per le carni e lo facevan dolorare. Poi, appena era passato con una spalla, e il braccio gli sanguinava, che una gallina si levò dal suo caldo nido fra la terra e urlando e schiamazzando e traendo dal suo beccaccio giallo i più acuti strilli che mai fossero usati, fuggì come una freccia tra i filari delle viti. E lo spavento di quella mosse lo spavento di tutte le galline che dirazzolavano per la vigna, tanto che, nel batter di un ciglio, fu tale e tanto il frastuono che non solo gli adulteri ne sarebbero venuti in sospetto, ma qualsiasi altra creatura che non avesse ragioni a timore.

Calandra rimase inchiodato alla terra, imprecando, in cuor suo, a tutti i volatili immaginabili, e vedeva, di tra i fusti delle viti, il suo capanno di paglia rilucer nel sole. Vedeva e attendeva un attimo di calma per riprendere l’aspra sua lotta con la siepe che lo teneva prigione, quand’ecco dischiudersi l’usciuolo del capanno e uscirne Martin della Fratta.