Calandra rimase impietrito; guardava come se vedesse l’inverosimile. L’uomo si volgeva intorno, chinandosi poi a mormorar qualcosa a chi era tuttavia fra la paglia. Dopo un istante ecco balzar fuori dal covo l’Amalia, scomposta, scarmigliata, accesa come il ferro su l’ancudine. Ridevano, si baciavano. Poi Martino diceva:
— Hai sete, bellona?
E l’Amalia a ridere fin che Martino non si chinava a vendemmiare i suoi bei grappoli, i suoi bei grappoli conti e adorati come l’immagine della Vergine e come quella del re, su le monete d’oro.
Allora Calandra si smagò. Più valeva un chiccolo della sua vigna anzichè tutte le donne della terra; ed era come se gli strappassero il cuore il veder lo scempio che ne facevano quei cani. La violenza che non lo aveva tuttavia scombuiato, si levò su, di scatto, dall’anima di lui, squassando le sue fiamme rossigne; egli ne sentì l’impeto, la furia, l’imperiosa volontà e incominciò a urlare e a dibattersi a rovina entro la sua morsa lacerante. Gli adulteri sbiancarono, si guardarono smarriti, riconobbero la voce di Calandra. E, nell’attimo della sorpresa, temendo ch’egli fosse su di loro a stroncarli, non pensarono a fuggire. Lo sbalordimento dell’inatteso li inebetiva, ma poco durò tale sbalordimento, chè Martin della Fratta, vedendo Calandra alle prese con la siepe impervia, gridò all’Amalia:
— Guardalo dov’è!...
E mai non furon presti due cerbiatti a fuggir per le selve come essi si salvarono, balenando via a guisa di razzi. E si udì nel contempo un alto crescere di grida e di risa come di gente che facesse l’abbaiata.
Calandra balzò in piedi alla fine e fra il sangue e il terrame e l’obliquo color del suo volto era orrendo a vedersi. I suoi piccoli occhi di cane sfavillavano sinistri fra i capelli che gli coprivan la fronte e l’ispida barba nascente. Si levò nella sua massa bestiale, tutto lacero nei panni, e raccolse il randello e si lanciò per la vigna. Non vide, nella sua furia, un filo teso a reggere le viti e sì malamente vi incappò da andar ruzzoloni.
Allora l’abbaiata crebbe, le voci si avvicinarono, la gente aveva invaso la vigna. Non si udiva più che un gridìo intermesso da risate omeriche. Da dove sbucava la masnada? Chi l’aveva spinta fin laggiù, nella sua terra benedetta?...
Calandra si rizzò e più non aveva l’aspetto d’uomo; era anzi una bestia orrenda da esserne guardinghi. Ma l’abbaiata non cedeva; ma gli uomini e i fanciulli e le donne non volevano rinunciare alla loro barbara gioia e venivano innanzi per la vigna gridando, ridendo.
Calandra li squadrò senza smuoversi.