Era primo lo Scancio e batteva un sasso sopra una sua pentolaccia di rame traendone un suono stridulo ed assordante; lo seguivano altri uomini e fanciulli, con arnesi simili. Calandra pareva impietrito e lo Scancio non vide la sua faccia perchè proseguì fino a fermarsi a un passo da lui e quando fu fermo fe’ cenno a tutti che tacessero e levò la voce e disse:

— Calandrone, li hai trovati gli storni?...

Si levò una risata grande, ma i fanciulli videro torcersi la faccia di Calandra, videro serrarsi le due mascelle quadrate e gli occhi brillare di fuoco e le grandi mani terrose stringersi e il randello levarsi e piombare giù diritto, con la forza del toro, su la testa dello Scancio.

Fu per l’aria un solo urlo acutissimo. Un getto di sangue si levò nel sole.

Lo Scancio stralunò, la testa squarciata, girò su sè stesso, strapiombò, finito.

E le facce degli uomini divennero di morte e non si udì più un fiato, di fronte al colosso stravolto, ma solo un busso di passi precipiti, una travolgente fuga.

Un’ora dopo, quando don Beniamino andò alla vigna e primo accostò Calandra e gli domandò smarrito:

— Calandra.... Calandra, che cosa hai fatto?

Questi si volse a guardarlo, torse la bocca e disse:

— Prete, ne avevo il diritto!...