Ed altro più non disse nè allora nè poi.
PADRE SERENITÀ.
Una casetta fra le “larghe„ e Padre Serenità su la soglia.
Lo vedevo ogni sera allorchè m’imbattevo a passare per quelle redole verso un’aia festosa di gramolatrici. Avevo sedici anni in quel tempo e Padre Serenità ne aveva novanta.
Era l’autunno. Un autunno della mia vita, sereno più che un cielo appena commosso da qualche cirro imbevuto di sole, piccolo come la perla. L’amore, il gaio amore, era disceso al mattino nell’anima mia pensosa con le allodole e l’aria, rimovendo la mia sostanza fino alle più riposte fibre in una immaginosa dolcezza. E tutto era vergine innanzi a me come l’anima mia al mondo; ed ogni limite insuperato era una promessa di gioia.
Avevo sedici anni e l’amore.
Quali e quante cose mi erano innanzi allora chè io non godessi? E così andavo con la mia benedetta allegrezza come per una eternità.
La terra non aveva orme, il mondo non era stato mai veduto. Io ero il primo. Con me erano nate le fonti, gli alberi, le stagioni, i costumi degli uomini, la vita. Non sapevo nulla, sentivo; ma con impeto divino. Solo ch’io mi rivolga e sogguardi, ora che ho passato i limiti e hanno nevicato i capelli, rinasce dalla visione precisa, un identico commovimento che gli anni non hanno seppellito ed il tempo non ha tramutato; nulla è pianto o rimpianto, o desolazione che, se la porta lontana si dischiude, ne ritorna la mia giovinezza col suo gran fascio di fiori e mi s’abbranca.
Rivedo la viottola insolcata dai plaustri, coi due margini erbosi sotto le selvagge siepi di marruche e di prugnoli; la terra olivigna, le pediche fonde dei bovi. Un ombreggio di roveri solenni, qualche varco sui campi, ma rado, e scarsi tuguri col nero forno e la disselciata “capanna„.
Quando pioveva era tutto un pantano. Si giungeva alla viottola passando dalla chiesuola di San Bartolo e dalla casa dei Giuliani, per la bianca strada che conduce a Durazzano. Passata la casa dei Giuliani si volgeva a destra per un piccolo ponte e si era nel regno antico che ricordava le campagne medioevali, senza strade, percorse unicamente da fonde viottole, impraticabili al tempo delle piogge. In breve ogni altra vita era lontana. E gli uomini che si incontravano per quei silenzi pareva giungessero da un tempo remoto. Era raro udirvi il lento disperdersi di un cantare malinconico; più spesso si udivan le allodole e le rondini. Voci del cielo. Ed uno camminava fra i prugnoli, coi loro piccoli frutti violastri, come se andasse per la strada del sogno verso un paese insospettato. Talvolta trascorreva, rasentando le siepi, un cane giallo, sudicio e irsuto; tal’altra un fanciullo selvatico che atterrava la faccia aggrottata per non parlare e si fermava a guardarvi da lontano; ma più spesso nessuno. E dalla viottola serrata si sbucava nella chiara vastità delle “larghe„ di Castellaccio. Un mare di lupinelle con isole di pioppi e dense rive di alberi intorno; il paradiso delle allodole e delle lepri.