E nel cuore di tale vastità viveva Nicolao di Zaccaria, il vecchio novantenne ch’io chiamavo per amore Padre Serenità.
La sua casipola si acquattava fra tanto spazio, come a radicarsi alla terra più tenacemente e aveva al centro un “portico„ disselciato sul quale si aprivano due basse stanze. Anche aveva una vite, a solatio, e un pozzo ombreggiato da un fico.
Quando dietro i colli della sera scendeva l’ultima luce a languire lontana, col sorriso della stella che accora, e le vergini e le innamorate uscivano per le aie e si fermavano alle siepi ad ascoltare una parola sommessa; quando le bocche si facevan baciare per nostalgia dell’amore, al suono di un’“Ave„ mi avviavo pei campi, solo con la mia felicità. E, via per i primi silenzi, trascorreva l’impeto di una “battolata„[1] da un’aia nel vespero. Era lo scroscio di venti gramole in ben misurata cadenza, il richiamo ardito agli sperduti; poi che vespero campeggiava fra i pioppi e dietro le rosse vigne.
Ecco ch’io t’amo e ti offro l’ombra e la bocca e il mio palpito di moritura, poi che è più bello morire che non esser amata....
Una pausa.
E il giorno di San Giovanni, amore, il giorno di San Giovanni quanto spicanardo raccolsi....
Il volto del cielo smoriva come la faccia dell’innamorata.
Sorelle, sorelle!... La bella estate ci vuole e il vomere fende la terra....
Cogliamo lo spigo; non pel granaio, ma per l’arche; per l’arche e le lenzuola e che l’amore si sogni di dormirci a lato....
Canto a morire, che m’oda.... passan tre nuvole, in alto, fra le montagne e la luna....