Padre Serenità non gli chiese nulla di nulla, nè io interloquii. Dopo ch’ebbe mangiato, lo conducemmo nella stalla, dove si gettò su una lettiera di paglia e si addormentò quasi subito col suo schioppo al fianco.
Quando richiudemmo la porta, Padre Serenità disse:
— Se è tornato è segno che soffre!
E per quella sera ci lasciammo senza aggiunger parola.
Nicolao sapeva ch’io conoscevo come lui la sacra legge dell’ospitalità e che il Mancino doveva esserci sacro per quella notte perchè era venuto a domandarci la pace nel nostro rifugio.
Salii alla mia stanza, che era presso alla colombaia. Nei mesi di caccia, per esser più pronto a trovarmi sui luoghi, dormivo nella casa di Nicolao, che era sola fra le “larghe„. Lasciai la finestra aperta per destarmi non appena la luna avesse raggiunto il colmo del cielo e mi coricai tranquillo come sempre, senza bisogno di cercare il sonno.
Ora, era forse a mezzo la notte, quando mi destai per un brusco rumore. Qualcuno aveva aperta la porta della mia stanza. Stetti in ascolto e mi sentii chiamare. Era Nicolao.
— Che volete, nonno?
— Discendi.
Fui pronto, chè dormivo vestito. Quando fummo sulle scale, mi disse: